Che fine hanno fatto i gruppi unici Ncd-Udc-Ppi in Parlamento? Se lo chiedono in tanti, non solo tra gli alfaniani a cui più volte il leader aveva dato per imminente la nascita di un nuovo conglomerato centrista in grado di incidere più marcatamente nella politica del governo. L’ultima volta era stata lo scorso 14 ottobre, oltre due settimane fa. Alfano, reduce dall’addio del senatore Antonio D’Alì tornato in Forza Italia, aveva parlato di «questione di giorni» e aveva già individuato il sistema per la scelta dei nuovi capigruppo: «Saranno eletti a maggioranza». Poi, però, l’ennesimo annuncio si è concretizzato in un nulla di fatto. A pesare anche alcuni distinguo del senatore Mario Mauro, leader dei Popolari: «La creazione di gruppi unici- aveva spiegato - deve viaggiare parallelamente alla nascita di un nuovo soggetto politico». Su quel fronte le riunioni si sono succedute a pie’ spinto, l’ultima solo giovedì scorso, ma dei gruppi non si è più parlato. «Ogni settimana dicono che sarà per la prossima - spiega un senatore di Ncd - ma io onestamente non ci ho mai creduto». Perché tante frenate? Una delle motivazioni principali sarebbe lo scetticismo di Pier Ferdinando Casini, che già da tempo si è distaccato dalla linea «unitaria» portata avanti, nell’Udc, da Lorenzo Cesa e Giuseppe De Mita. L’ex presidente della Camera, si vocifera, vorrebbe starsene fuori dalla mischia per restare «equidistante» tra Renzi e Berlusconi e coltivare così la sua candidatura al Quirinale quando Giorgio Napolitano si farà da parte, presumibilmente a inizio 2015. Ma è soprattutto nell’Ncd che il dibattito infuria, vedendo ancora una volta contrapposti quelli che guardano a sinistra e quelli che, al contrario, temono che il nuovo soggetto sia eccessivamente centrista e molto poco di destra. Senza contare che il quadro politico resta in continua evoluzione, con alcuni esponenti affascinati dal «Partito della Nazione» immaginato da Renzi e altri che, sul fronte opposto, aspettano l’esito delle prossime mosse di Raffaele Fitto. In questo quadro di incertezza, ad aver perso la pazienza sarebbe Renato Schifani, il presidente «in pectore» del gruppo unico al Senato che, a furia di aspettare, sarebbe sempre più in rotta con Alfano e mediterebbe addirittura di lasciare il partito. Come se non bastasse, l’atteggiamento di totale chiusura messo in campo da Berlusconi ha spiazzato tutti gli esponenti che speravano, prima o poi, in una ricomposizione dell’area moderata. Il leader di FI, invece, continua a preferire la Lega di Salvini che con Alfano ha ormai ingaggiato uno scontro ad altissima tensione. Gli ultimi attriti sono recentissimi. Da un lato, a livello nazionale, il Carroccio ha firmato la mozione di sfiducia nei confronti del ministro dell’Interno già proposta da Sel e M5S. Dall’altro, a livello locale, il sindaco leghista di Varese Attilio Fontana ha deciso di estromettere Ncd dalla sua Giunta. La motivazione addotta è stata l’alleanza degli alfaniani con il Pd alle ultime elezioni provinciali, che hanno permesso il passaggio in mano Democratica della storica roccaforte leghista. E così, obbedendo all’ordine di Salvini, Fontana ha ritirato le deleghe al vicesindaco di Ncd Carlo Baroni. Altri due esponenti alfaniani, l’assessore Enrico Angelini e il consigliere Mauro Pramaggiore, sono riusciti a restare in maggioranza lasciando Ncd per fare ritorno in Forza Italia. A pensarci bene, un classico esempio della legge del contrappasso per chi, pur di restare al governo, non aveva esitato a rompere con Berlusconi.
Lega e Casini «manganellano» Alfano
Il Carroccio firma la mozione di sfiducia al ministro. Ed estromette Ncd dalla Giunta di Varese
