Pochi giorni prima dell’udienza del Capo dello Stato, alla procura di Palermo è andata in scena una baruffa fra magistrati. Oggetto del contendere: la presenza al Quirinale del procuratore Leonardo Agueci. Fra un’insinuazione e l’altra, i pm convinti che per «garbo istituzionale» anche il loro capo avrebbe dovuto prender parte alla deposizione del presidente, hanno accusato i colleghi che conducono l’inchiesta di aver voluto spettacolarizzare il coinvolgimento di Napolitano per attirare l’attenzione dei mass media. E anche di aver gestito l’indagine, all’inizio, avendo come fine quello di lanciare la candidatura dell’ex pm Antonio Ingroia alle elezioni politiche. Accuse che certamente il «pool della Trattativa» avrà rispedito al mittente. Sta di fatto che due giorni fa, Nino Di Matteo, magistrato in prima linea nel condurre l’inchiesta, un istante dopo la fine dell’udienza, si è presentato davanti alle telecamere di Servizio Pubblico per dire la sua sulla testimonianza del Capo dello Stato. Quando si vota, nessuno lo sa. Ma dobbiamo forse attenderci un «Ingroia 2.0»?
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