Politica

«Il Colle e la Trattativa coi boss? Una follia quest’interrogatorio»

Parla Contrada, l'ex funzionario del Sisde

Contrada, i pm di Palermo avrebbero voluto far assistere all’interrogatorio di Napolitano due mafiosi stragisti, Totò Riina e Leoluca Bagarella, i quali, senza il “no” del giudice, sarebbero entrati al Quirinale, sia pure in videoconferenza. «Il presidente della Repubblica, di cui si possono condividere o meno operato e opinioni politiche, è il nostro presidente e deve godere di un prestigio e di un rispetto che gli sono dovuti. Per tutta la vita, da quando aveva 18 anni, Napolitano è stato comunista, e milioni di italiani non hanno condiviso quell’ideologia quindi le idee politiche del presidente. Ma io da italiano, perché nonostante tutto quello che mi è accaduto mi considero ancora orgogliosamente tale e non sono uno di quelli che in un momento d’ira si vergogna di esserlo, ritengo che il prestigio di certe cariche vada sempre tutelato. In qualunque caso. Il Capo dello Stato merita tutto il rispetto dovuto all’altissima carica che ricopre. Aver corso il rischio di portare al Quirinale, sia pure in video, dei criminali mafiosi, che avrebbero potuto rivolgere domande al Capo dello Stato, sia attraverso i loro avvocati che direttamente, dimostra che stiamo scrivendo una pagina non bella della nostra storia repubblicana». La deposizione del Capo dello Stato sarà più ampia del previsto perché è venuto fuori un rapporto del Sisde del 1993 nel quale si parla della volontà di Cosa Nostra di creare, attraverso le stragi, il caos istituzionale e così intavolare una “trattativa” per ottenere sconti di pena dallo Stato. È un elemento che avalla le ipotesi dei pm palermitani? «I servizi segreti, in generale, danno sempre l’allerta su determinati fenomeni. Lo fanno sul terrorismo esterno, su quello interno. Mettono in guardia e sull’avviso, fanno ipotesi. Delle volte ci azzeccano e altre volte, molto spesso, quello che ipotizzano e paventano, non si verifica». Napolitano deporrà al processo sulla Trattativa, che vede imputati, fra gli altri, l’allora vicecomandante del Ros, Mario Mori, e il suo comandante, Antonio Subranni. Lei davvero non ha mai sentito parlare di questi rapporti fra lo Stato e la mafia? «In qualità di testimone al Borsellino quater, mi hanno chiesto se fossi a conoscenza dei rapporti di Mori con Vito Ciancimino e col figlio Massimo. Ho riposto di no, perché non ne sono mai stato al corrente. Avevo rapporti di conoscenza con Mori e di amicizia con Subranni, a cui ero particolarmente legato, avendo lavorato insieme a lui a Palermo. Ma mai, mai, mi riferirono di una qualche “trattativa” con uomini della mafia. Né Subranni, né Mori, né nessun ufficiale dei carabinieri né nessun uomo dello Stato mi hanno mai parlato di una “trattativa” avviata per arrivare a un qualche accordo con Cosa Nostra. Se avessi saputo qualcosa non avrei avuto alcuna remora a riferirlo in sede giudiziaria, anche se avessi dovuto accusare non dico politici, magistrati, carabinieri o poliziotti, ma persino i miei figli o i miei fratelli. Ma, ripeto, non ho mai ho saputo di accordi più o meno sottobanco, più o meno espliciti, più o meno taciti, più o meno sottintesi con ambienti criminali mafiosi». Mori e i suoi uomini sono stati assolti sia per non aver perquisito il covo di Riina, sia per la mancata cattura di Bernardo Provenzano. Nonostante ciò, si continua a mettere sotto accusa uomini dello Stato che per decenni hanno combattuto la mafia. E lei è tra questi. «La domanda che mi pongo, e che vorrei porre anche ad altri, è com’è possibile che io sia stato inquisito, incarcerato, processato e infine condannato per aver favorito la mafia, quando ho dedicato un buon pezzo della mia esistenza a farle la guerra. Come faccio a capire perché uomini che l’hanno combattuta, come Mori, che è stato uno degli artefici della cattura di Riina, possano ora essere processati per aver in qualche modo favorito Cosa Nostra?» È un inspiegabile accanimento? «Beh, di certo ci sono alcune persone che avevano motivo di accanirsi contro di me, perché appartengono alla razza degli avvoltoi. Ci sono, è innegabile, uomini rosi dall’invidia, dal rancore represso, per torti presunti o reali subìti. Vede, l’attività di polizia non è una delle attività umane più semplici. È complicata, piena di asperità, pericoli, insidie, tranelli, lotte intestine, nascita di odi. Perciò, quando si cerca di dare una risposta a questi perché, occorre farlo con grande competenza e conoscenza dell’animo umano».

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