Non demonizza né la convention dei renziani alla Leopolda né la protesta di piazza della Cgil a Roma: le considera utili entrambe, Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio, ma non ci va. E quando annuncia per lunedì il nuovo consiglio d’amministrazione della Cotral e da gennaio 8-900 milioni di investimenti per rinnovare alla radice la gestione dell’acqua nel Lazio - convincendo i sindaci o alla peggio decidendo lui - e coinvolgendo i privati (cioè probabilmente l’Acea) fa capire che il primo dei problemi non è il dibattito pro o conto Renzi. Zingaretti sceglie Viterbo, e la kermesse Panorama d’Italia (la quattro giorni del settimanale mondadoriano) per testimoniare di essere un governatore-operativo. Per un’ora risponde a domande del pubblico e del direttore di Panorama, Giorgio Mulè e di Gian Marco Chiocci, direttore de Il Tempo. - Dunque, né alla Leopolda né con la Cgil? «Leopolda e Piazza San Giovanni sono due eventi che sottolineano una grande vitalità dentro il centrosinistra, anche se su fronti opposti. Casomai c’è gran problema nel campo avversario, alla ricerca per ora vana di un punto di riferimento nuovo». Ma non la preoccupa il centralismo della Leopolda? «Sinceramente mi ha colpito la parola "invitato". Chi invita ammette di star li a chiamare qualcuno in quella che considera casa sua, non casa di tutti. Ma questo non depone male per la Leopolda. Ci vogliono semmai tante Leopolde. Da iscritto al Pd, però, avverto una vita di partito troppo arida. Quanto ai sindacati, hanno in questa fase storica una grande occasione, riscoprire gli interessi generali del Paese e lasciare la più recente posizione difensiva dettatagli forse dalla crisi». Non va alla Leopolda perché reduce dallo scontro post legge di stabilità che ha tagliato i fondi alle regioni? «Ma no. Certo che la stabilità non l’ho gradita, apprendere che dobbiamo dare 7-800 milioni di euro al governo è un fatto che... Ma è stata utile la giornata della conferenza dei presidenti, abbiamo chiesto che si guardi nel merito. Noi qui nel Lazio stiamo facendo uno sforzo immenso per ridare vita e speranza alla regione. I cittadini mi chiesono di risolvere i problemi della sanità, di togliere l’arsenico dall’acqua... Oggi peraltro il Lazio è un modello di buone pratiche, abbiamo tagliato, risanato il bilancio, rimborsato i 22 miliardi di debiti che abbiamo trovato, il che significa che ogni primo gennaio paghiamo 1250 milioni di euro di rata del mutuo, e sarà così per trent’anni. Penso si possa ancora tagliare sprechi, ma non servizi». Dica la verità: ha il rimpianto di non aver fatto il sindaco di Roma? «Nessun rimpianto. Uno dei problemi di questa Regione è stata la fragilità culturale del livello regionale. La politica ha investito quasi solo su Roma. E così la Regione era degenerata. Pagava a 1014 giorni, aveva le tasse locali più alte d’Italia, a fine 2012 la Corte dei conti affermava che l’ente era in insolvenza da dieci anni. Mi sono accorto di avere il dovere di provare con una buona politica che risolvesse i problemi. E infatti Grillo lo abbiamo fermato». Ma la vicenda dell’arsenico è responsabilità della Regione. «A breve chiuderemo quella vicenda, ma era stata gestita con elementi strutturali medievali. I potabilizzatori sono una pezza che risolve provvisoriamente, ma costa. La rete va rifatta in larga parte del territorio, ma una Regione con 22 miliardi di debiti non poteva far nulla. Il numero di aziende fornitrici fallite per i ritardi dei pagamenti della Regione è impressionante...Poi, sul piano personale, non rinuncio alla bellezza di poter dire che ancora mi illudo che se uno fa politica la deve fare guidato sì da un’ambizione personale, ma la cosa più bella è fare qualcosa di utile per la comunità di cui fai parte, tra cui salvare la politica da esiti diversi, come il grillismo che ha poi vinto a Civitavecchia e aveva vinto a Pomezia». Del sindaco Marino cosa pensa? «L’abbiamo eletto, tutti, con la speranza e la forte domanda che cambiasse le cose, e lui l’ha fatto, anche con certa radicalità coraggiosa che io penso non avrei avuto. Siamo in una fase di trasformazione. Il recente sondaggio a un anno sul crollo del consenso va confrontato con quelli fatti alla stessa distanza di tempo su alcuni personaggi di grande discontinuità, cito Blair o la Thatcher. Marino coraggio ne ha, i fatti diranno se ha trovato le soluzioni giuste, ma ha toccato questioni come il centro storico o il Teatro dell’Opera bloccate da trent’anni». Ma lei vorrà andarci, prima o poi, al Campidoglio? «Innanzitutto spero di essere il primo presidente della Regione Lazio che ce la fa a essere rieletto... Il popolo del Lazio si è rimesso in cammino. Nella storia di questa Regione per la prima volta abbiamo previsto un attivo di bilancio per il 2016. Stiamo lavorando a come confermare quest’obiettivo nonostante i nuovi tagli, per esempio anticipando la centrale unica degli acquisti e rafforzando il controllo sull’iter dei prodotti acquistati, mediante il magazzino unico regionale digitale. E poi faremo vendite immobiliari. Alla base di tutto, però, ci vuole amore per la cosa pubblica. Non è demagogia». E come conta di risolvere il problema dei pendolari? «È un problema che ha nome e cognome: avevamo un contratto con le Ferrovie per il trasporto pubblico locale (in sigla “tpl”, ndr) che predeveva 26 nuovi treni. Ma le Ferrovie non li avevano presi perché la Regione aveva 250 milioni di debiti. Ha saldato questi debiti e i treni stanno arrivando. Entro gennaio saranno tutti in funzione. Abbiamo anche ripristinato la fermata di Orte, che la Regione Umbria aveva tolto. Puntiamo ai fondi europei per la linea ferroviaria da Piazza del Popolo a Viterbo e, sul fronte stradale, abbiamo finalmente destinato 140 milioni di fondi europei al completamento della Orte-Civitavecchia. D’altronde il capo delle Ferrovie, Elia, riconosce che bisogna aprire una seconda fase che rivaluti il Tpl». È d’accordo con la riforma delle Provincie? «No, e lo dicevo anche ai tempi di Bersani. L’unica vera innovazione è stato togliere il voto ai cittadini. Ci sarà solo più opacità nei processi decisionali, era meglio chiuderle che lasciarle così. Anche la gratuità degli incarichi: giusto abbassare i costi, tutto gratis è demagogia». Lei in Regione ha tagliato oppure no? «Abbiamo eliminato 500 poltrone, chiuso 12 società e fatta la centrale unica degli acquisti: vuol dire che politica ha rinunciato a gestire e occupare il potere. Quelle poltrone le avrei nominate io. E le abbiamo cancellate. Credo di aver affermato una nuova cultura politica, opposta a quella dei Fiorito e dei Maruccio, in cui il potere si gestisce facendo le cose. Sono orgoglioso che oggi la Regione Lazio, che dal 2008 non pagava borse di studio agli studenti universitari, ne ha potuto liquidare 6000». Operativamente, cosa farete sull’acqua all’arsenico? «Tutta la gestione del sistema idrico in questa provincia fa piangere. O ci mettiamo in testa che stiamo parlando di 8-900 milioni di euro di investimenti da fare – come in Toscana, dove stanno unendo tutta la gestione idrica regionale in un’unica agenzia – o non si combina nulla. Metteremo i sindaci attorno al tavolo, o decideranno insieme o deciderò io. Sono nervoso sul tema. La rivoluzione dell’acqua in Toscana la sta facendo l’Acea, come in Umbria, e noi siamo in una parcellizzazione delle competenze che andava bene nel Medioevo. Dal primo gennaio 2015 dobbiamo cambiare tutto, altrimenti il problema dell’arsenico ce lo porteremo appresso per 40 anni...». E sul trasporto su gomma, altra questione delicata? «Lunedì cambierà il consiglio della Cotral. Abbiamo chiamato un nuovo manager dal nord, è evidente che in Cotral adesso deve cambiare tutto. Al centro dell’attività delle aziende deve esserci il cliente, anche costruendo un rapporto sinergico con le Ferrovie. È folle che nel Lazio il gestore delle ferrovie e quello degli autobus non coordinino gli orari. E nessuno dica che è una privatizzazione o una cessione, sono tutte balle, bisogna solo modernizzare il sistema per il bene del trasporto pubblico e della collettività».
Zingaretti: «Io, Renzi e Marino. Così ho cambiato la Regione»
