Politica

L’arruolamento degli aspiranti jihadisti

Gli indottrinatori pescano nel disagio sociale, tra drogati, pregiudicati e sbandati

Pescano nel disagio, tra coloro che hanno problemi di dipendenza dalla droga, guai con la giustizia o ristrettezze economiche. Si avvicinano alla vittima con fare amichevole e prediligono i soggetti deboli che si lasciano ammaliare dalla prospettiva di cambiare la propria vita con «l'aiuto di Allah». Gli indottrinatori, i predicatori d'odio che operano per conto degli jihadisti, sanno bene come muoversi per reclutare quanti più martiri possibili, disposti a sacrificare la propria vita per portare avanti la follia dei fondamentalisti islamici. Il terreno più fertile è rappresentato da immigrati clandestini, arrivati in Italia, o in altri Paesi Occidentali, che molto spesso non riescono a integrarsi nel tessuto sociale della nazione che li ospita. Un altro bacino fertile da cui attingere è quello rappresentato dagli ex estremisti di destra o di sinistra, che hanno perso ideologicamente la strada in Italia e che trovano nella radicalizzazione religiosa punti di contatto. Ecco allora che oggi l'Isis, come ieri Al Qaeda, trova i soggetti che potrebbero trasformarsi in combattenti volontari, cellule sparse e «lupi solitari». Il percorso, ad opera per lo più di tabligh itineranti, è fatto di tappe ben definite e atteggiamenti cauti nella fase dell’approccio. Il tutto sempre in nome della religione islamica, che diventa lo strumento attraverso il quale i terroristi giustificano e legittimano le loro azioni. Dapprima, dunque, il reclutatore si mette in contatto con il soggetto dedito ad attività illecite o che vive situazioni di particolare disagio, invitandolo a seguire le regole della Sha’aria. Il secondo passo è quello di condurlo in moschea. Successivamente lo invita all'osservanza quotidiana dei doversi di ogni buon musulmano, che si fondano sui cinque pilastri dell'Islam: la testimonianza di fede, la preghiera, l'elemosina, il digiuno durante il mese di Ramadan e il pellegrinaggio a La Mecca almeno una volta nella vita. Inizia così, se il soggetto si mostra recettivo, un lento ma inesorabile indottrinamento alla jihad. In un primo momento, infatti, il predicatore sonda il terreno e poi inserisce il prescelto verso quegli ambienti in cui avviene il vero e proprio lavaggio del cervello. Un rapporto che nasce singolo e fiduciario, quindi, e che poi si trasforma in una morsa da cui non è facile liberarsi. Anche grazie ad un atteggiamento comprensivo e dolce, molto spesso gli adepti si lasciano convincere. Il passo successivo, poi, è la frequentazione di una scuola coranica dove, negli ambienti estremisti, il testo sacro viene presentato con una interpretazione restrittiva e ad uso e consumo degli jihadisti. Questo step è l'anticamera che porta allo «studio» vero e proprio della jihad, ai campi di addestramento e al successivo inserimento in una cellula se la struttura prevede una qualche forma organizzativa. In caso contrario, il nuovo jihadista è pronto ad agire da solo, magari spinto dalla propaganda dell'Isis e, prima ancora, di Al Qaeda. Molti scelgono invece di partire per i teatri di guerra Mediorientali, arruolandosi nelle fila del Califfo e diventando a tutti gli effetti mujaheddin. Con l'utilizzo della tecnologia e quindi della Rete, alcuni passaggi sono delegati ai vari forum di integralisti o ai messaggi che vengono inviati attraverso le riviste online come Dabiq, che fa capo al gruppo dello Stato islamico. Il salto di qualità compiuto dall’Isis, infatti, ha generato anche il fenomeno inquietante dei «lupi solitari»: estremisti difficili da intercettare e seguire, proprio a causa di una scarsa frequentazione delle moschee e dei luoghi di aggregazione tipici dell’indottrinamento e del reclutamento.

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