Politica

Rambo vince ancora Stallone incubo di Floris

Auditel Per la terza settimana consecutiva la saga dell’eroe Usa sbaraglia Ballarò e DiMartedì

«Chi sei tu?». «Il tuo incubo peggiore». C’è un caso di scuola, nella crisi dei talk show politici che sta colpendo la televisione italiana, un caso che ha il volto duro di un reduce, i muscoli di un culturalista, il petto nudo ed un mitra tra le mani. Il suo nome è Rambo. John Rambo. Ieri, su Rete 4, il film Rambo III, terzo episodio della saga dell’eroe reduce dall’inferno della guerra del Vietnam impersonato da Sylvester Stallone, ha sbaragliato in termini di ascolti due programmi che dovrebbero essere altrettanti brand delle reti su cui vanno in onda: Ballarò, condotto da Massimo Giannini, su Rai Tre, e DiMartedì, con Giovanni Floris, su La7. Il selvaggio Rambo ha realizzato il 6,63% di share con un milione e 665mila spettatori, superando sia il 5,78% ed un milione e 350mila spettatori di Ballarò, che il 4,46% con 999mila spettatori di Floris. La televisione, essendo industria culturale e di spettacolo, non può non tenere conto dei numeri dell’Auditel e dell’opinione pubblica. Se su tre martedì, per tre volte, Rambo, nella propria sequenzialità, il primo, il secondo e il terzo episodio, ha battuto regolarmente, pur essendo all’ennesimo passaggio in tv (nel senso che i film sono già stati trasmessi diverse altre volte), i talk show che vanno in diretta e dovrebbero avere il pregio di raccontare il presente, beh qualcosa che si è inceppato (nei talk) deve esserci. Non nel pubblico, badate bene, bensì in chi fa televisione. O nella narrazione di ciò che si racconta. I talk parlano di politica, Rambo, in fondo, parla della vita. Nei talk raramente traspaiono sentimenti che vadano al di là degli schemi politici e dei rispettivi ruoli. Un gioco delle parti che di imprevedibile ha davvero ben poco. E qui, nello sviluppo delle storie o delle realtà politiche che si raccontano, si annidano le ragioni della vittoria o della sconfitta televisiva. Quello che emerge dal successo di pubblico di Rambo, è che la trama, anche se conosciuta, di un vecchio eroe del Vietnam, americano e testardo, si guarda con più gusto rispetto alle parole di un politico, magari sull’ultimo fatto del giorno. Fatti salvi Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, infatti, oggi i politici in tv risultano tragicamente più prevedibili delle trame di film già visti. Sarà che Stallone alla fine recita meglio di molto nostri parlamentari, sarà che nel suo sguardo si ravvede un lampo di eroismo, ma insomma meglio lui a pronunciar frasi già sentite che un deputato (o senatore) a dirne di nuove. Più che la casta, in fondo, ad uccidere la politica in Italia è stata la sua stessa banalità, il fatto che mai sia stata in grado, da molto tempo (salvo eccezioni) di stupire gli italiani facendo il contrario di ciò che la gente non si aspettava da lei. In fondo, tra Rambo e i talk, quel che fa veramente la differenza sono tue termini: attivo e passivo. Rambo è attivo, anche di fronte alle peggiori ingiustizie del mondo, prova a cambiarne il corso, a rischio della sua stessa esistenza. La politica no, appare nel racconto che fa di se stessa in tv già arresa, con le braccia alzate ma il sedere al sicuro. L’esatto contrario di Rambo, che ha il sedere sempre in pericolo ma non le alza mai le braccia. In Rambo III, uscito nel 1988, prima del crollo del Muro di Berlino e dell’Unione Sovietica, John aiuta un amico guerrigliero afghano a fuggire da un campo di prigionia sovietico. Per questa trama Stallone, il 9 di giugno del 1988, la bellezza di 27 e passa anni fa, venne respinto al Checkpoint Charlie, sulla linea di demarcazione tra Berlino Ovest e Berlino Est, dove passava il Muro ancora in piedi, dalla guardia di frontiera orientale dell’allora Repubblica Democratica Tedesca, guardia che non fornì alcuna motivazione per il rifiuto del visto all’ingresso dell’attore. Altri tempi, certo, di un’Europa che andava cambiando la propria geografia politica senza ancopra saperlo. Eppure in quel rifiuto politico all’ingresso dell’eroe Rambo-Stallone (al cinema, e nell’immagginario, si intende) c’è forse la ragione stessa del motivo per cui ancora oggi, nonostante la sua vecchiaia ultradecennale, quando passa in tv per l’ennesima volta, riesce a mettersi nel taschino (in termini di ascolti) i talk. Perché se a combatterlo, tra i tanti, si vedono nei programmi concorrenti l’ex premier Mario Monti, sconfitto politicamente, dopo aver imposto grandi sacrifici agli italiani, o la leader della Cgil Susanna Camusso, allora forse la storia di Rambo appare più contemporanea, anche se in replica, di entrambi i talk, Ballarò e DiMartedì, messi assieme. Rambo, «chi sei tu?». Il loro incubo peggiore.

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