Per un bonus bebè che viene, un bonus bebè che se ne va. Sulle politiche a sostegno della famiglia il Partito democratico sembra avere una visione tutt’altro che univoca. Così nella legge di stabilità varata dal governo guidato dal segretario Dem Matteo Renzi viene inserito un bonus bebè di 80 euro al mese per i primi tre anni di vita del bambino per le neomamme con reddito fino a 90mila euro. In Friuli Venezia Giulia, invece, la governatrice Debora Serracchiani, vice di Renzi a largo del Nazareno, abolisce il bonus bebè, un assegno una tantum di 600 euro. Una contraddizione che non sfugge al governatore della Puglia e leader di Sel Nichi Vendola, che su Twitter scrive: «Torna il bonus bebè, per Serracchiani una settimana fa era inutile...». Ma contro gli 80 euro alle neomamme si schiera anche il segretario federale della Lega Nord, Matteo Salvini: «Noi vogliamo fare altri provvedimenti, come rendere gratuito l’asilo nido, che costa a Milano 600 euro e non gli 80 che intende dare Renzi». Per la Serracchiani, tuttavia, non c’è alcuna contraddizione tra la decisione della Regione di abolire il bonus bebè da 600 euro e quella del governo di introdurne uno di 80 euro mensili. Il portavoce della governatrice spiega che la politica regionale prevede sì l’abolizione dell’assegno una tantum - anche se il capitolato di spesa non è stato soppresso e quindi resta rifinanziabile in qualsiasi momento - ma anche lo stanziamento di maggiori risorse per il welfare e le politiche a sostegno delle famiglie, come ad esempio il drastico abbattimento delle rette degli asili nido. Da Trieste, poi, si evidenziano le contraddizioni della Lega. Da un lato Salvini critica il bonus bebè e chiede asili nido gratis. Dall’altro lato il gruppo regionale del Carroccio si schiera contro l’abolizione dell’assegno. Dallo staff della Serracchiani, si fa anche notare la differenza tra l’assegno di 600 euro che costituiva una tantum, con quello del governo, che invece è strutturale per i primi tre anni di vita del bambino e complessivamente superiore a 600 euro: in 36 mesi si tratta di 2.880 euro. Un aiuto che si andrà a sommare alle misure di welfare regionale. La polemicha però resta. Le diverse forme di bonus bebè del resto fanno discutere da dieci anni. Il più conosciuto è quello che nacque con la legge finanziaria del dicembre 2005 (governo Berlusconi), che prevedeva mille euro una tantum alla nascita del pargolo. Mille euro anche retroattivi, perché erano riservati a tutti i figli nati nel corso del 2005 e ai figli - ma solo dal secondo in poi - nati nel 2006. Un provvedimento enfatizzato sui media e cavalcato dal governo, con tanto di lettera prestampata inviata dal premier Berlusconi che si congratulava con le famiglie per la nuova nascita e invitava tutti a firmare l’autocertificazione e a passare alle Poste per ritirare il denaro. Non mancarono le polemiche, con l’esempio del primogenito di Francesco Totti che non aveva certo bisogno dei mille euro. Alla fine fu individuato un limite di reddito in 50mila euro: lordo o netto non era specificato. Dopo cinque anni nel 2011 a ottomila famiglie fu contestata l’appropriazione indebita del bonus con tanto di richiesta di restituzione dei mille euro. Il governo Prodi però abolisce il bonus per i nati dal 2007 in poi: i soldi vengono usati in altro modo: detrazioni, assegni familiari e congedi lavorativi. Cominciano però i bonus delle Regioni. Nel 2009, ancora col governo Berlusconi, torna l’assegno, chiamato Fondo per i prestiti alle famiglie con nuovi nati: non più un bonus a fondo perduto, ma un prestito alle famiglie da restituire a condizioni vantaggiose. Il bonus vale per i nati nel 2009, 2010 e 2011, ma verrà poi prorogato: il Fondo garantisce il 50% (o il 75% per chi ha Isee inferiore a 15mila euro) dell’importo dei prestiti concessi alla famiglia fino a 5mila euro con tasso fisso agevolato. È quasi un fallimento: in tre anni e mezzo vengono concessi finanziamenti a non più di 25mila famiglie, e appena una decina dei 75milioni di euro del Fondo vengono impegnati. L’ultimo capitolo della saga è il bonus asilo nido e baby sitter del governo Monti, inserito nella riforma del lavoro della Fornero perché rivolto specificatamente alle donne che sono madri e lavoratrici (neppure tutte, alcune categorie sono escluse) e prevede in via sperimentale un bonus nell’arco di un triennio (2013-2015) pari a 300 euro mensili destinabili esclusivamente alle spese per l’asilo nido o a servizi di baby-sitting (tramite voucher). Un sostanziale flop. Il bonus bebè del governo Letta non è invece neppure partito.
Bonus bebè. Renzi lo mette, la vice lo leva
Il premier dal 2015 garantirà alle neomamme 80 euro al mese per tre anni. Ma la governatrice del Friuli Venezia Giulia abolisce l’assegno di 600 euro
