Il contatore pubblicato tutti i giorni in prima pagina su Il Tempo, in attesa della sentenza per l’accusa di vilipendio al Capo dello Stato contro Francesco Storace, è arrivato al termine. Il giudizio è per domani. E il leader de La Destra, che rischia la prigione e perfino l’esclusione dalla vita politica, spera nel trionfo del diritto: nell’assoluzione. Onorevole Francesco Storace, vuole ricordare ai nostri lettori la vicenda? «È un reato di casta. Se si fosse proceduto come normali cittadini, io ti dico che non ti voglio offendere, tu ci credi e ritiri la querela, non avremmo più parlato di questo processo. Ma siccome è un reato di casta, allora non si procede su querela di parte, ma su autorizzazione di un ministro, cioè di un uomo di governo». Che ai tempi era Clemente Mastella. «Esattamente, e si può anche finire in galera. A prescindere dal chiarimento intervenuto tra i contendenti, una cosa incredibile, che solo in Italia può succedere». Il caso nasce nel 2007, per una polemica sui senatori a vita. Lei disse che erano una stampella del governo. «Non solo io, lo diceva tutto il centrodestra. In quelle settimane c’era una polemica incandescente, io ero senatore e ogni volta che si votava l’esito della votazione era vissuto come allo stadio, come un gol segnato o subito, perché, in quel momento del governo Prodi, al Senato c’era Marini, i voti decisivi erano sempre uno o due a favore o contro il provvedimento. In quel momento i senatori a vita erano risolutivi e il centrodestra polemizzava aspramente. Io presentai un disegno di legge costituzionale per l’abolizione dei senatori a vita. Successe un putiferio, in particolare La Repubblica si distinse per la sua campagna contro quel disegno di legge, inventarono la balla delle stampelle alla Montalcini, perché non c’è nessun atto processuale che mi riguardi, nel quale io ho scritto di questa storia». Non ci furono polemiche con Rita Levi Montalcini? «Io con la Montalcini collaborai, anzi, sono orgoglioso di averle finanziato delle iniziative, sia da ministro della Sanità che da presidente della Regione. A Roma cooperammo all’apertura della Fondazione Ebri, per la ricerca sul cervello e, da ministro della Salute, incassai il suo plauso insieme a quello di Ciampi, quando ottenni da Tremonti cento milioni di finanziamento straordinario per la ricerca contro il cancro, nella finanziaria del 2006. Per questo ci rimasi male quando fu strumentalizzata contro di me. La mia polemica non era contro di lei, ma contro l’istituto dei senatori a vita. Napolitano prese parte in questo conflitto politico, definì indegno chi attaccava i senatori a vita e segnatamente la Montalcini. Io risposi con la stessa identica sua parola. Solo che quello di Napolitano era un complimento e la mia era un’offesa». Così partì l’indagine? «Il fascicolo lo apre sempre un procuratore, ma lo deve trasmettere al ministero. Il ministro di Grazia e Giustizia Clemente Mastella autorizzò l’indagine. In meno di quarantotto ore disse: sì, processiamolo. Poi, dopo, io scrissi al presidente Napolitano, dicendo: il Senato mi ha detto che avevo il potere di dire quelle cose, ma mi dispiace di avere ecceduto nei toni e vorrei chiarirmi con lei. Lui mi ricevette, stemmo molto tempo a chiacchierare, a conversare, avemmo un chiarimento, da parte mia sincero». Sembrava tutto concluso? «Sembrava. E invece si arriva al processo. Io spero che prevalga il diritto, spero nell’assoluzione. Perché per gli attori della vicenda è tutto concluso. Io ricevetti anche atti formali, scritti, la lettera del portavoce del Quirinale, Cascella, che già allora dichiarò chiuso l’incidente. Finché dipende dal diritto, non c’è più il contenzioso, oggettivamente, all’epoca ero un senatore che polemizzava con un presidente che accusavo di aver preso parte al conflitto politico. Usando la stessa parola. Dove sta la possibilità di dover scontare non molti, ma un solo giorno di galera? Poi, con la legge Severino, se la pena fosse superiore ai due anni potrei anche decadere da consigliere regionale e perfino non essere più candidabile tutta la vita». E questo quando si parla di abrogazione del vilipendio. «C’è una riserva del Pd, oggettivamente incomprensibile, perché il Pd che si schiera contro l’abrogazione di questo reato è curioso, sembra quasi che vogliano mettere in difficoltà il presidente della Repubblica. Io sono un uomo di destra, se il presidente della Repubblica ha bisogno di uno scudo, sono favorevole, ma può essere rappresentato dalla querela, magari, nel suo caso, con un rito accelerato. Se io fossi assolto non mi metterei da una parte ad esprimere giubilo o chissà quale esultanza, nei confronti di Napolitano, considererei normale la fine del processo, dopo il chiarimento del 2009. Però sicuramente chiederei conto ad Orlando, almeno mentalmente. Perché il silenzio del ministro della Giustizia è una cosa che non ho digerito, di una gravità inaudita. E lui sa quello che sta succedendo, io l’ho informato personalmente. Sul suo tavolo arrivano continuamente richieste di autorizzazioni a procedere contro questo o quel grillino che si esprime contro Napolitano, ma con me non ha voluto avviare un colloquio. E dire che glielo ho chiesto».
Storace: «Vilipendio al Capo dello Stato. Domani rischio la cella, assolvetemi»
«Con Napolitano ci siamo chiariti, la vicenda è ufficialmente conclusa»
