Politica

Mercati e Borse a picco per Ebola e il petrolio

La tempesta parte da Atene che si ribella al Fmi. Poi esplode la paura. L’Europa perde 260 miliardi

Sembra un film già visto quello andato in scena nelle piazze finanziarie europee. La sceneggiatura è simile, forse troppo (prima coincidenza) a quella del novembre 2011. Quando sull’onda dello spread tra Btp e Bund, che saliva a razzo verso quota 600, il governo italiano si dimise e arrivò Monti per sistemare il Paese. Almeno per ora il ritorno dell’Italia al centro della speculazione finanziaria non ha sollecitato il genio politico italiano a chiedere un governo d’emergenza. Il premier ha presentato la sua legge di Stabilità che comincia il suo percorso bidirezionale verso il Parlamento e verso Bruxelles. Rispetto ad allora dunque il goveno attuale non ha subìto nessun tipo di contraccolpo, anche se resta evidente che il segnale di ieri con la Borsa di Milano, che ha lasciato sul terreno il 4,44% del suo valore, è un campanello d’allarme per il premier. L’Italia che è la preda più colpita quando i fondi internazionali decidono di chiudere le posizioni sul mercato e restare solo con la liquidità in mano, resta un osservato speciale. Ma attenzione, l’esperienza della crisi dello spread vigente il governo Berlusconi, ha reso evidente che il teorema: riforme rinviate o poco incisive uguale speculazione, non è più valido. E forse non era valido nemmeno nel luglio del 2011. Resta però sul tavolo il fatto che ieri è stato un autentico mercoledì nero per i mercati finanziari e l’Europa è stata l’epicentro della bufera. La tempesta finanziaria è partita dalla Grecia le cui intenzioni di uscire in anticipo dal piano di assistenza di Ue e Fmi e di convocare elezioni anticipate hanno messo in agitazione gli investitori. La borsa di Atene ha ceduto il 6,32%, con i rendimenti dei titoli di Stato ellenici decennali tornati a sfondare la quota del 7%. A fine giornata il conto è salatissimo. Le borse europee hanno perso quasi 260 miliardi di euro in termini di capitalizzazione. Piazza Affari manda 20 miliardi di euro in fumo. Si rimette in moto anche lo spread tra Btp decennali e omologhi tedeschi che si allarga a 165 punti in chiusura dopo aver toccato un picco di 172 punti. Il rendimento si attesta al 2,40%. Questa volta il differenziale coincide con i nuovi minimi storici toccati dai tassi dei Bund decennali allo 0,75%, secondo un copione che vede gli investitori rifugiarsi nel debito tedesco durante le fasi ribassiste. Le cause del crollo sono però diverse e legate tra loro. Spesso ai fattori micro si sommano e si collegano elementi geopolitici e macroeconomici. Il primo aspetto da indagare è l’umore degli operatori. Stranamente ottimista secondo quelli ascoltati da Il Tempo. Attendevano una correzione dei prezzi ad agosto, non è arrivata, ora si sentono sollevati perché chi aveva venduto prima ora conta i guadagni. Chi è non lo ha fatto ed è rimasto con il cerino in mano ora con i prezzi dei titoli tornati ai livelli di inizio anno può cominciare a pensare di impiegare l’enorme liquidità di cui dispone, visto che il denaro circola perché si tiene distante dall’immobiliare vessato dalla tasse, in azioni ormai a prezzo di saldo. Molti si attendono il rimbalzo per fine anno, proprio quando bisogna portare i risultati al cliente per convincerlo a non disinvestire. Anche l’Ebola però ha giocato un ruolo centrale. Secondo quanto appreso in alcune sale operative, poco prima della chiusura di Borsa si era diffuso il rumors di una probabile quarantena per l’aeroporto di Barcellona dove più persone avrebbero avuto riscontro positivo ai controlli contro il virus. Una notizia che non ha trovato conferme ufficiali ma che è bastata a gettare ancora più confusione sul mercato. Madrid, per questo è stata tra le peggiori: l’Ibex ha chiuso in ribasso del 3,59% a 9.838 punti. Molto male anche per Parigi, dove il Cac ha ceduto il 3,63%, Francoforte (-2,87%) e Londra (-2,83%). C’è anche il petrolio però. Il greggio Brent dopo aver perso martedì il 4,3% realizzando la più grossa perdita giornaliera da settembre 2011, ieri ha lasciato sul terreno un altro 2% a 83,37 dollari al barile. Ad aggravare il quadro sono state le previsioni sulla crescita della domanda. L'Aie (Agenzia internazionale dell'energia) ha tagliato del 22% le stime sulla crescita della domanda (700 mila barili invece che un milione). A ciò si aggiunge l’Opec che, a fronte del calo dei prezzi, non intende ridurre la produzione per non perdere quote di mercato. In un periodo nel quale l’Isis minaccia di destabilizzare la produzione irachena e l’Arabia Saudita vede svalutare i suoi asset e i suoi investimenti passati e futuri, visto che tutto il suo valore Paese è legato al prezzo del barile, si può immaginare che il collasso di ieri sia in realtà un gigantesco regolamento di conti tra i piccoli, i grandi e i nuovi produttori dell’oro nero.

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