Colline che si sgretolano, vecchie cave che sprofondano, antiche mura che non ce la fanno più a contenere la forza della natura. Nel territorio di Roma ci sono aree che possono franare da un momento all’altro. Bombe in cerca di un innesco. Sono almeno «350 i siti interessati da movimenti franosi». Pochi quelli messi in sicurezza, troppi quelli che potrebbero causare altri disastri. Il ricordo dell’alluvione di fine gennaio di quest’anno che ha messo in ginocchio il quadrante nord-nord-ovest della Capitale è ancora vivo tra i residenti che hanno dovuto fare i conti con i danni del maltempo. Così, agli occhi dei geologi che continuano a monitorarle, le frane di quest’inverno restano un potenziale pericolo per i romani. IL DOSSIER È nato così, proprio per evitare che le frane vengano innescate dal prossimo acquazzone, un progetto pilota che ha come scopo di catalogare i siti più a rischio in città. Il progetto portato avanti da Roma Capitale, Servizio geologico italiano dell’Ispra e Ordine dei geologi del Lazio ha confermato che la prevenzione è sempre la cura migliore. L’attenzione dei tecnici si è rivolta in particolare alla situazione ante e post nubifragio del gennaio scorso. La conclusione, confrontando rilievi di luglio 2013 e febbraio di quest’anno è semplice: «I movimenti franosi sono avvenuti nei tratti ove non erano già presenti interventi di stabilizzazione quali muri in calcestruzzo armato e/o reti metalliche a maglia fitta con funi d’acciaio e chiodature». E non è un caso se quasi la totalità delle frane si sia verificata in una specifica area della Capitale, dove sono presenti rilievi più o meno elevati, come Monte Mario, Monte Ciocci e Parco del Pineto, dove sono presenti antiche cave di tufo e più recenti coltivazioni di argilla per la produzione di mattoni che hanno minato l’equilibrio di terreni già per loro natura istabili. Ma c’è di più. Gli straordinari eventi atmosferici che hanno causato danni all’inizio dell’anno, con «190 mm di pioggia cumulati in 24 ore, con un picco di 46 mm in un’ora nella sola zona di Monte Mario il 31 gennaio» - scrivono i geologi nel dossier - «hanno riattivato circa 20 siti monitorati nel 2013». Ecco i più pericolosi. ZONE A RISCHIO A Monte Mario, a ridosso della "panoramica" e della Trionfale, si sono avute le frane più consistenti. Oggi, in quei siti, sono in corso opere di consolidamento. Più a valle, però, dove non si sta intervenendo, i rilievi geologici «hanno evidenziato una predisposizione al dissesto di tutto il settore». Si tratta del versante di via Labriola e via Gomenizza, tra i più scoscesi della collina, «riattivato» dalle forti piogge di gennaio. I geologi spiegano: «Le frane si innescherebbero genericamente a fronte di precipitazioni persistenti e di notevole entità in grado di saturare velocemente il terreno in superficie che, conseguentemente alla forte acclività, scivola verso valle». Rilevati rischi anche per l’area di via di Villa Madama. La collina compresa tra Monte Mario e il Parco del Pineto, denominata Monte Ciocci, presenta le stesse condizioni di rischio ed è l’esempio di come, senza interventi di consolidamento, sia più probabile che si verifichino frane e smottamenti. Tanto che, a gennaio del 2014, è venuta giù tra via de Cristofaro e via Simoni, e in via di Valle Aurelia, dove non si era intervenuti. Stessa storia per il Parco del Pineto. A gennaio, in via Damiano Chiesa, la parete non consolidata è franata, mentre in via Moricca la terra ha invaso alcuni manufatti abusivi ferendo delle persone solo nei punti in cui non erano state installate reti metalliche, tiranti e chiodature. Una casualità? Possibili movimenti franosi potrebbero interessare l’area compresa tra via Piccolomini, via Roverella e via di Pietro, tra via Gregorio VII e Monte Verde, anche questa "risvegliata" dalle piogge di gennaio. Differente il caso di via di Ponziano e via Parrasio, dove opere di consolidamento hanno evitato crolli all’inizio dell’anno. Secondo i geoligi, però, servono ulteriori inteventi. VILLE STORICHE A rischio anche le più suggestive passeggiate romane, a partire proprio dal colle Capitolino, le cui pareti sono state rafforzate fin dall’antichità. Oggi inziano però a sentire il peso degli anni. Il tratto di collina su cui poggia via di Villa Caffarelli, ne è un esempio. Così all’Aventino, lì dove precipita verso il Tevere, oggi sono in corso interventi di messa in sicurezza per evitare tragedie come quella del novembre 1946 in cui perse la vita una persona. I tecnici del Campidoglio sono intervenuti anche a Villa Sciarra, nel tratto compreso tra via Dandolo e via Saffi. Per i geologi quei lavori non sono comunque sufficienti. Stesso rischio sul lungotevere dell’Acqua Acetosa, a ridosso di Villa Glori, dove gli strati superficiali della collina sono stati pericolosamente «riattivati» dall’inondazione di gennaio. SCARICABARILE La messa in sicurezza delle aree più a rischio della Capitale costa. E quando c’è da sborsare quattrini si fa presto a cedere le responsabilità. Un passaggio del dossier è illuminante. I geologi, riferendosi ai particolari rischi cui è soggetto l’area nord-nordovest di Roma, scrivono: «È emersa una problematica di carattere gestionale riguardante i parchi naturali di competenza di Roma Natura o della Regione presenti all’interno del tessuto urbano. Se da una parte l’Amministrazione non ha competenza urbanistica diretta in questi territori, essendo resposabile della gestione la Regione, dall’altra è evidente che le infrastrutture che li attraversano possono essere esposte a fenomeni franosi».
Dossier da brividi: «Così si sgretola la Capitale»
I geologi del Lazio: crolli e smottamenti ovunque. A rischio 350 zone, per una ventina è vero allarme
