Fedele alla strategia militare che ha formato i quadri e i dirigenti della nomenclatura comunista, la Cina ha cominciato lentamente le manovre di posizionamento nel capitalismo italiano. Si inizia con il finanziamento alle comunità cinesi che hanno cominciato a installarsi nei paesi europei, Italia compresa. Sono nate così le Chinatown con ristoranti e aziende di abbigliamento che in breve tempo sono diventati i fornitori privilegiati e a basso costo per i canali distributivi classici come i negozi. La fase due parte negli anni della crisi finanziaria con l’ ingresso massiccio di investimenti nelle grandi aziende italiane, sul mercato a prezzi di saldo. Un passaggio che si è evidenziato con maggiore forza durante la scorsa estate quando Pechino si è rafforzato a Piazza Affari. La Banca Popolare Cinese (Pboc), che già a marzo figurava nell’elenco dei soci dei colossi energetici come Eni ed Enel con quote del 2% circa (rispettivamente 2,10 e 2,07%) incrementa negli ultimi giorni di luglio le partecipazioni nelle società del listino milanese. La stessa Pboc ha acquistato azioni di Fca (da lunedì scorso società unica erede di Fiat), Telecom Italia e Prysmian, specializzata nei cavi di fibra ottica. Le quote nel dettaglio sono il 2,018% di Prysmian, il 2,001% di Fca, il 2,081% di Telecom Italia e il 2,014% delle Generali. L’ingresso nell’azionariato della ex Fiat era stato salutato con benevolenza dal presidente John Elkann che lo aveva considerato «una manifestazione concreta di come Fca sia in grado di attirare investitori da tutto il mondo». Complessivamente il portafoglio della Banca popolare cinese in Piazza Affari vale oggi circa 3 miliardi di euro. La partecipazione più importante è in Eni e ha un valore di circa 1,44 miliardi, seguono Enel (820 milioni), Telecom (250 milioni), Fca (190 milioni) e Prysmian (70 milioni). Il pacchetto di Generali al netto delle volatilità degli ultimi giorni è pari a circa 475 milioni. Lo shopping è in corso, con l’effetto che negli ultimi mesi c’è molta più Cina in Italia. Oltre agli investimenti in aziende quotate sul mercato italiano che sarebbero superiori a 7 miliardi di euro, perché le quote sotto il 2% non devono essere dichiarata, una cifra non quantificata, ma probabilmente maggiore, sarebbe stata investita in titoli governativi italiani. Di non solo quote societarie è però composta l’avanzata cinese in Italia. Il posizionamento di Pechino è già realtà nelle reti di distribuzione di gas ed elettricità italiana. Una fetta delle quali è entrata nel patrimonio dello State Grid of China. Il colosso asiatico ha rilevato dalla Cassa depositi e prestiti, per la cifra di 2,1 miliardi, il 35% di Cdp Reti, la holding che detiene il 30% di Snam e il 29,8% di Terna. Lo scorso maggio poi la Shangai Electric aveva preso da una società della Cassa Depositi e Prestiti, il Fondo Strategico Italiano, una quota del 40% di Ansaldo Energia per 400 milioni di euro. Giusto ieri l’ad di Finmeccanica Mauro Moretti, ha spiegato che per AnsaldoBreda e Ansaldo Sts sono due i gruppi interessati, la cinese Cnr e la giapponese Hitachi. Fin qui la tecnologia ma i gruppi imprenditoriali di Pechino e Shangai non disdegnano di raccogliere quanto è rimasto in Italia delle eccellenza agroalimentari e dell’abbigliamento dopo le invasioni e le razzìe dei gruppi francesi e anglosassoni. Il primo caso è il marchio Miss Sixty: la società del Guangdong Trendy International Group, dopo l’acquisizione del 50% delle azioni della società italiana, sarebbe salita fino all’80% della distribuzione asiatica del brand. Trendy International Group si è mossa su questo fronte «perché convinta che il marchio Miss Sixty sia particolarmente adatto al mercato asiatico, e in particolare a quello cinese» e «consapevole delle difficoltà in cui starebbe versando l’azienda italiana». Declinato in ben altre tonalità è quanto ha scelto di fare Salvatore Ferragamo, società di moda quotata che ha aperto l’8% del capitale a Peter Woo, storico partner della distribuzione in Cina dei prodotti della casa fiorentina. Stesso destino per il re del cachemire Cucinelli che ha venduto 1,2 milioni di azioni (circa l’1,72% del capitale) alla cinese Sichuan Lessin Department Stores (già partner al 49% della Brunello Cucinelli Lessin Fashion, che gestisce la rete commerciale del marchio italiano in Cina) al prezzo di 8,5 milioni di euro da parte dell’azionista di controllo Fedone (società controllata al 100% dallo stesso Brunello Cucinelli che controllava finora il 63,3% del capitale dell’omonima griffe quotata a Piazza Affari). Oggetto d’investimento anche il polo delle barche da lusso costituito da Ferretti, la cui quota di controllo (il 75%) è passata ai cinesi di Shig (Shandon Heavy Industries Group) a inizio 2012 attraverso un’operazione da 374 milioni di dollari, Nel gruppo anche marchi come Pershing, Itama, Bertram, Mochi, Crn, Custom Line e Riva. Stesso destino per la De Tomaso, produttore di auto. La maggioranza del pacchetto è passata dalla famiglia Rossignolo alla Car Luxury Investment, longa manus della cinese Hotyork Investment per una sessantina di milioni di euro, mentre a fine 2011 a finire sotto controllo di investitori cinesi erano stati i celebri biscotti Krumiri Rossi prodotti dal Biscottificio Portinaro & C. dell’omonima famiglia di pasticceri di Casale Monferrato.
Energia, alimentare e tecnologia. Ecco l’Italia «made in China»
