Il senatore Antonio D’Alì ha salutato il Nuovo centrodestra ed è tornato nel suo partito di origine: Forza Italia. Una decisione presa senza rotture lancinanti e polemiche. Un ritorno sereno al partito di origine con un obiettivo preciso: dare un contributo concreto e coerente all’unità del centrodestra. Senatore Antonio D’Alì, come è maturata la sua decisione? «Ho avvertito alcuni segnali dello sbandamento della linea politica, nel momento in cui è iniziata la stagione delle riforme che Renzi ha voluto imporre a tutta la maggioranza senza una grande possibilità di discussione. Sono idee mie personali, non posso pretendere che gli altri le sposino». Cosa, in particolare, l’ha colpita? «Mi sono trovato in disaccordo con il metodo. Più volte nel passato avevo detto che l’unico modo per fare una riforma strutturale della Costituzione era l’elezione di un’Assemblea Costituente, che non avesse in più impicci di governo. A parte questo anche il metodo della poca discussione, che c’è stata in aula, ma anche all’interno dei gruppi parlamentari. Così si è arrivati a delle conclusioni frutto di compromessi, cosa che in una riforma costituzionale non dovrebbe esistere. E poi si è perduta l’opportunità di intervenire sulla vera fonte dello spreco del nostro Paese: la struttura di governo del territorio. Bisognava rivedere l’aspetto della governance ripensando funzioni, ma soprattutto dimensioni delle regioni». E via le province? «Le province non sono andate via. Cosa è andato via delle province? I consigli provinciali, quelli eletti direttamente sono stati sostituiti da quelli eletti indirettamente, è stata un’operazione di maquillage, anche politico, perché, con il sistema che è stato introdotto, le province sono quasi tutte appannaggio del centrosinistra». E allora? «Bisognava cercare di recuperare un’idea di larghe intese, equilibrate e non di appoggio al Pd. Noi siamo partiti da un’idea di Silvio Berlusconi di fare le larghe intese, ma poi, con lo strappo nel centrodestra, si è continuato un percorso, con una componente ridotta. Questo ha portato, automaticamente, ad un ridimensionamento, non tanto delle presenze, quanto della capacità di mettere in piedi leggi condivise, che potessero portare i marchi dell’una e dell’altra parte. Un appiattimento sul Partito democratico. Anche se Renzi è un uomo di sinistra sui generis». A qualcuno ricorda Craxi. «Prima di fare paragoni testerei ancora la persona. Comunque la spaccatura nel centrodestra sta per diventare irreversibile: e questo fa solo il gioco della sinistra. Abbiamo iniziato con l’alleanza con l’Udc alle Europee, una scelta di ripiego. Poi stiamo andando verso una serie di alleanze a geometria variabile per le Regionali. Senza evidenziare una volontà decisa di ritorno ad una compattezza del centrodestra. L’operazione che è stata fatta un anno fa aveva il presupposto fondamentale, detto dai leader, di dover essere un periodo transitorio, al termine del quale si sarebbero ricomposti gli schieramenti». A che tempi avrebbe pensato? «Non è un problema di tempi, ma di metodi e di modi. Io, prima che qualcuno mi dica che mi devo schierare a sinistra, preferisco marchiare con chiarezza la mia appartenenza al centrodestra». È l’inizio di una fuga? «Questo me lo domandano in molti, ma io non so rispondere. Se la si pensa politicamente non vi è dubbio che questo discrimine, ognuno di noi, prima o poi lo dovrà affrontare. Io l’ho fatto subito. Tra breve, quando ci saranno le alleanze per le Regionali e quando poi si delineeranno ulteriori alleanze per una eventuale celebrazione delle Politiche, questo bivio bisognerà pur percorrerlo, in un senso o nell’altro».
Antonio D'Alì: «Con Renzi non si discute. Non sono di sinistra, torno con il Cavaliere»
Il senatore lascia il partito di Alfano «Voglio contribuire concretamente alla rinascita dell'unità del centrodestra»
