Politica

Civati: «Non preparo complotti, resto nel Pd. Per il momento»

«Non sono certamente l’anti-Renzi. Però io e Matteo siamo tanto lontani»: parola di Pippo Civati che (per ora) non vuole fondare un nuovo partito, ma non vuole nemmeno rimanere in una formazione «sovietica». Onorevole Civati, si parla di fiducia sul Jobs Act, chiesta e ottenuta al Senato, anche alla Camera. Quale sarebbe la sua posizione? «Sono tra quelli che pensano che questo va evitato. Uno dei problemi di questo periodo è il rapporto troppo circolare tra una maggioranza di partito e gli altri. Noi abbiamo la necessità di discutere e non soltanto nel Pd, ma anche al di fuori, in un Parlamento legittimato, soprattutto quando si tratta di una legge delega sui diritti delle persone. È un fatto in linea e più consono alla Costituzione e anche alla nostra cultura politica. E ho già risposto alla domanda, senza giri di parole: io in Senato non avrei partecipato al voto. So benissimo che è una cosa grave e so benissimo che può andare sul piano disciplinare, però segnalo un problema politico notevole. Si può ben immaginare cosa farei alla Camera, se dovessero mettere la fiducia sullo stesso testo». Lei non darebbe la fiducia? «Non parteciperei al voto di fiducia ed esprimerei un giudizio molto negativo». La sua posizione nei confronti del Pd è critica o di rottura? «Come va a finire questa storia non lo so, sinceramente, ma non tanto per me. Evito di parlare di scissione, anche se poi mi viene attribuita da giornalisti che semplificano molto. Ho creduto con gli altri al progetto del Pd e l’ho visto trasformarsi in questi ultimi due anni, anche prima dell’arrivo di Renzi, con una larga intesa perpetua. L’ho visto corrompersi nel rapporto con gli elettori, perché alle elezioni si viene votati e non si può fare tutto e il contrario di tutto. Quello che è successo in Senato è l’indizio di un malessere non banale». Come giudica il gesto del senatore Tocci che ha votato sì e poi si è dimesso? «Come Tocci chi è uscito dall’aula, ma anche chi è rimasto a votare, non ha vissuto con leggerezza questo passaggio, soprattutto chi non era d’accordo. Poi ci sono quelli che legittimamente sono convinti che Renzi non sbagli mai, però ci sono anche tante altre persone, che io ho sentito in queste settimane, veramente in difficoltà. Il problema non è Civati, quasi tutti i giornali parlano del "partito unico di Renzi". Questo è merito del suo talento, ma anche di scelte politiche in cui le cose che la destra proponeva, sul lavoro, per esempio, ma anche sulle opere pubbliche e sulle infrastrutture noi le stiamo facendo, lo Sblocca Italia non è da meno». Ma lei vuole fondare un partito suo o, forse, accettare l’invito di Fabio Granata, di Green Italia, per una nuova formazione politica? «Capisco Granata, ma credo nel progetto di un grande partito di centrosinistra, di una grande coalizione dell’alternativa: da una parte c’è la destra, dall’altra c’è la sinistra. Non ho mai scelto le strade minoritarie, non c’è un disegno specifico da parte mia in quella direzione, non sto fondando nessun partito, non sto organizzando nessun complotto verso una scissione. Rispondo a Granata, gentilmente, che il suo invito è carino, ma non lo raccolgo. La sfida è: discutere fino alla fine dentro il Pd, uscendo da quello schema che mi fa soffrire e se così non fosse più che una scissione sarà una rinuncia». Secondo lei, qual è la prima emergenza del Paese? «Quello che manca è una politica di investimenti, pubblici o privati in settori strategici: quelli dell’energia e della sostenibilità sono campi molto fruttuosi: se si investe un euro, in cambio se ne possono ricevere dieci o quindici. Serve una strategia non solo di abbassamento delle tasse, i famosi ottanta euro di Renzi, ma un progetto un po’ più ambizioso sulla missione di questo Paese, che non c’è. Poi mi piacerebbe avere un posto dove discutere delle priorità, prima che arrivino gli oggetti in aula. Vorrei discutere prima, non dopo aver letto la Legge di Stabilità. Mi sembra che andiamo in quella direzione: Renzi ce la presenterà, ma le linee guida non le ha discusse certo nel Pd, forse con il suo staff, con il suo gruppo di persone». Con Berlusconi? «Spero che almeno la Legge di Stabilità non sia nel patto del Nazareno, è chiaro che alcune cose che noi stiamo rinviando sono, non dico richieste di Berlusconi, ma un modo per non rovinarsi i rapporti». Ma il Pd così ci arriva al 2018? «Il Pd alla fine non sarà la stessa cosa che è entrata in questa legislatura. Le larghe intese, in Italia, e lo dico da tempo, devono essere brevi». Ma lei è l’anti-Renzi? «Siamo molto lontani, non sono l’anti-Renzi perché c’è una grande stima, sul piano politico, l’ho conosciuto, non voglio personalizzare. Ma sono molto lontano da Renzi. Forse troppo».

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