Politica

Sprechi e inefficienze. A Roma caos in corsia

I prezzi di ricoveri e prestazioni ambulatoriali variano da ospedale a ospedale. Pronti i tagli LA TABELLA Quanto costa curarci

Quanto costa un posto letto in un ospedale di Roma? E un accesso al pronto soccorso? Dipende. La risposta può lasciare spiazzati, ma è così: a seconda dell’ospedale, il costo delle prestazioni sanitarie varia. I dati del ministero della Salute, del resto, sono chiarissimi. Il Policlinico Umberto I, ad esempio, spende ogni anno 512.956 euro per ogni posto letto, più del Cardarelli di Napoli. La media nazionale è 395.795. Per quanto riguarda poi il personale sanitario per posto letto, la spesa dell’Umberto I è invece al di sotto della media nazionale: 154.211 euro contro 163.548. Discorso diverso per la spesa per le pulizie per ogni singola degenza: all’Umberto primo si spendono 10.439 euro l’anno per pulire un posto letto, al San Giovanni Addolorata 9.328. La media nazionale, tanto per dire, è di 7.957 euro. La spesa per gli ospedali in Italia vale oltre 50 miliardi di euro l’anno e, dati del ministero alla mano, le inefficienze non mancano. Il ministro Beatrice Lorenzin ha spesso ribadito di aver evitato tagli alla spesa sanitaria. Il prossimo passo sarà ridurre gli sprechi e reinvestire le risorse nella ricerca, come del resto è nei piano del ministero. Ma il tema dei costi di produzione delle strutture ospedaliere non riguarda solo il ministero della Salute, ma anche, anzi soprattutto, le Regioni. I dati sul Lazio da questo punto di vista sono altrettanto evidenti. Gli ospedali religiosi, nonostante la crisi economica che li ha investiti e i continui tagli effettuati dalle varie amministrazioni regionali, costano molto meno di quelli pubblici. All’Idi ogni dimesso costa 2.215 euro, al San Carlo 2.067 euro, al Cristo Re 2.283. E ancora: al Gemelli 2.754 euro, alle Figlie di San Camillo 3.244. Cifre ridicole se confrontate con quelle del pubblico: al San Camillo 5.667 euro, al San Giovanni 4.994, al San Filippo Neri 5.613. Stesso discorso per gli accessi in pronto soccorso. Se al San Camillo ogni emergenza costa 384 euro, al San Giovanni 330 euro e al San Filippo Neri - che ora la Regione sta declassificando facendolo rientrare nell’orbita della Asl RmE - 439. Curare invece un paziente nelle strutture classificate costa circa la metà: 167 euro al San Carlo, 144 euro al Cristo Re, 154 euro alle Figlie di San Camillo. Anche il costo per ogni singolo posto letto varia a seconda dei casi. Al San Camillo è di 243.092 euro l’anno, al San Giovanni di 196.117 euro e al San Filippo Neri di 201.319 euro. Contro i 156.957 del Gemelli, i 103.232 del Cristo Re, i 144.538 del San Carlo, i 144.026 dell’Idi e i 143.678 delle Figlie di San Camillo. Il tutto a fronte di finanziamenti regionali molto diversi. Il San Camillo riceve dalla Regione poco più di 400 milioni l’anno, il San Giovanni circa 250. Il finanziamento varia ovviamente dal volume delle prestazioni erogate, ma la Regioni è tenuta ogni anno a ripianare i deficit delle strutture ospedaliere. Negli anni passati, per quanto riguarda San Camillo Forlanini, San Giovanni Addolorata e San Filippo Neri quasi la metà dei soldi trasferiti dall’amministrazione è servita a coprire il buco delle aziende ospedaliere. Nel 2006, ad esempio, il San Camillo Forlanini ha erogato prestazioni (ricoveri, day hospital, pronto soccorso, attività ambulatoriale) per poco più di 245 milioni di euro, ricevendo però dalla Regione finanziamenti per 405 milioni e 521mila euro. Stesso discorso per il San Giovanni, che ha ricevuto un finanziamento di oltre 244 milioni di euro a fronte di un volume di produzione di 146 milioni. E il San Filippo Neri invece ha ottenuto da via Cristoforo Colombo un assegno di quasi 214 milioni a fronte di un totale di costi di produzione pari a 125 milioni. Il Policlinico Gemelli invece nello stesso anno ha avuto dei costi di produzione pari a 339 milioni e 260mila euro, ricevendo dalla Regione la stessa cifra, così come previsto dall’accreditamento: l’amministrazione paga solo per le prestazioni fornite agli utenti. Dato alla mano, seppur con cifre di molto inferiori, lo stesso discorso vale per gli altri ospedali classificati o accreditati, che ricevono dalla Regione il pagamento delle prestazioni fornite secondo il sistema DRG, che permette di classificare tutti i pazienti dimessi da un ospedale (ricoverati in regime ordinario o day hospital) in gruppi omogenei per assorbimento di risorse impegnate. Tale aspetto permette di quantificare economicamente tale assorbimento di risorse e di remunerare ciascun episodio di ricovero. Una delle finalità del sistema è quella di controllare e contenere la spesa sanitaria. Il DRG viene attribuito ad ogni paziente dimesso da una struttura ospedaliera tramite un software mediante l’utilizzo di poche variabili specifiche del paziente: età, sesso, tipo di dimissione, diagnosi principale, diagnosi secondarie, procedure/interventi chirurgici. Tali variabili sono utilizzate dal software a seguito della compilazione, da parte del medico responsabile della dimissione, della Scheda di Dimissione Ospedaliera presente in tutte le cartelle cliniche dei dimessi e inserita in un tracciato informatizzato che viene sistematicamente inviato alla Regione di appartenenza e conseguentemente al Ministero della Salute. Tale sistema serve a tenere sotto controllo la spesa ospedaliera, ma ovviamente non incide sul costo di ogni singolo ricovero ordinario, day hospital, prestazione ambulatoriale di ogni singolo ospedale. Né l’efficienza delle strutture ospedaliere. Ad esempio, il San Camillo ha 1.341 posti letto e cura ogni anno 57.519 pazienti: 42 ogni posto letto. Il San Giovanni ne ha 990 e dimette 38.873 malati: 39 ogni letto. Il San Filippo Neri ne ha 877 - in progressiva riduzione per via del già accennato declassamento - e dimette 31.455 persone: una media di 35 ogni posto letto. Il Gemelli invece dimette oltre 100mila pazienti l’anno a fronte di 1.769 posti letto: una media di 57 malati ogni letto. Anche Cristo Re, San Carlo, Idi, Figlie di San Camillo si attestano su una media di 45 dimessi ogni posto letto. Il Servizio sanitario regionale, ancora in regime di commissariamento, sta uscendo da una crisi economica profonda. Azzerato con un mutuo trentennale un debito di 10 miliardi di euro, fino a qualche anno fa perdeva 1,7 miliardi l’anno, arrivati a poco più di 700 nell’ultima fase della giunta Polverini e procedendo verso il risanamento con la gestione Zingaretti. Il deficit è di circa 600 milioni, ma - grazie ai circa 300 provenienti dal ministero per l’aumento della popolazione regionale e con lo sblocco di altri finanziamenti in virtù dell’applicazione del Piano di rientro - chiuderà il 2014 a 200-250 milioni. Grazie all’aumento della popolazione residente si riuscirà anche ad evitare il taglio di posti letto - ipotizzato dall’ex commissario Bondi in circa 900 - procedendo a una manovra meno traumatica. A giorni dovrebbe infatti essere varato il nuovo decreto sulla riorganizzazione della rete ospedaliera che supererà il famoso decreto 80 della gestione Polverini e stabilirà la ripartizione di posti letto tra gli ospedali. Il taglio effettivo dovrebbe essere tra i 400 e i 500, ma si tratterà sostanzialmente di accorpamenti di reparti o strutture. Segno di come in realtà ci sia una sovraofferta di ospedalizzazione a fronte di una carenza di efficienza e di presa in carico del soggetto debole (anziani, disabili) o postacuzie. Circa 150 posti letto esistono inoltre solo sulla carta, perché non sono mai stati attivati per via del blocco del turn over. Varata la Centrale unica degli acquisti per uniformare i prezzi delle forniture (dalle siringhe alle sedie, dalle pulizie ai toner e via discorrendo), resta da efficientare un sistema dove un posto letto o una prestazione ha un costo diverso a seconda dell’ospedale.

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