«Le dimissioni sono un atto nobile», ha detto il senatore Walter Tocci commentando le proprie. Però in politica sono anche un atto di quella commedia che spesso sconfina nella farsa. Già, perché il fatto che le dimissioni da parlamentare, a meno che non siano motivate dall’assunzione di un’altra carica incompatibile, debbano passare dal voto dell’Aula ha rappresentato, negli anni, la rete di protezione a vantaggio delle migliori capriole. E proprio il Senato è stato teatro di numerose, suggestive performance. L’unica eccezione, forse, fu Francesco Cossiga. Uno che le dimissioni, nella sua lunghissima carriera, le aveva date sul serio, sia da ministro dell’Interno, ai tempi dell’assassinio di Aldo Moro, sia dal Quirinale. Precedenti di peso, che avvalorano la serietà delle sue intenzioni quando, per ben due volte – nel 2002 a seguito di uno scontro con il Presidente della Repubblica Ciampi e nel 2007 in polemica con il ministro dell’Interno Amato – formalizzò l’intenzione di lasciare lo scranno di senatore a vita. Entrambe le volte, l’Aula respinse. Se questi tentativi, vista la caratura del personaggio, fanno storia, altri fecero (almeno nelle intenzioni), letteratura. O meglio saggistica. «Perché sono uscito dalla casta» e «In fuga dal Senato» sono infatti i titoli di due libri che i rispettivi autori, Willer Bordon e Franca Rame, avevano scritto per motivare la propria decisione di lasciare Palazzo Madama, in cui sedevano nella coalizione di centrosinistra. Era il 2008, gennaio. Il governo Prodi dondolava e di lì a poco sarebbe caduto. E i due del «gran rifiuto», nelle rispettive lettere di addio al Presidente del Senato, si premurarono di lanciare l’allarme su un’imminente ondata di antipolitica. Se non proprio un allarme, una sirena fu la causa delle dimissioni presentate, nel 2007, da Gustavo Selva, a Palazzo Madama con An. Per non fare tardi a una trasmissione tv si fece dare uno strappo da un’ambulanza. La valanga di polemiche lo portò a dire addio. Ma più forti furono «le mail, telefonate e messaggi che mi invitano a restare», come spiegò lui stesso il giorno in cui annunciò che ci aveva ripensato. Non l’«auto conclamata» popolarità, ma l’etica ha invece spinto quest’anno Luis Orellana a fare marcia indietro dall’intenzione di lasciare il Senato, dopo la rottura con l’M5S. Oggi nel gruppo Misto è in compagnia di quei suoi colleghi i quali, invece, il passo successivo di sottomettere all’Aula le proprie dimissioni lo hanno fatto. E hanno ricevuto il feroce, insindacabile verdetto di restare al loro posto. Per continuare a combattere la casta. Quindi, almeno sotto questo aspetto, Walter Tocci può stare assolutamente tranquillo. La sua nobiltà sarà ben ripagata.
Ma l’aula salva i dimissionari
