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Basta! Le periferie scendono in piazza

Roghi tossici nei campi rom, immigrazione fuori controllo, furti, rapine, violenze I «comitati di quartiere» si mobilitano per la prima volta. Capofila Ponte di Nona LEGGI ANCHE Denunce-choc cadute nel vuoto «Gli zingari ci stanno avvelenando»

Colonne di fumo nero, diossina che entra nei polmoni, nei nostri e in quelli dei nostri figli, quando sono a casa, a scuola, al parco, all’asilo. Questa foto è l’ennesima prova dei roghi che si alzano dal campo in via di Salone. Ma la terra dei fuochi che avvelena Ponte di Nona, non è l’unico inferno delle periferie romane. Degrado, criminalità, campi rom fuori controllo, immigrazione incontrollata, e furti, scippi, assalti agli autobus e botte agli autisti, quartieri insozzati dal rovistaggio nei cassonetti con minori al seguito che dovrebbero essere in classe (paghiamo tre milioni di euro l’anno per questo!) e invece trasformano piazze e strade in in discariche. Il vaso è colmo da un pezzo. E il mese prossimo, il 15 novembre, si leverà l’urlo delle periferie, gemellate per la prima grande manifestazione che chiama a raccolta tutti i romani che non abitano nel centro di Roma, anche se l’appuntamento sarà all’Esquilino, cuore della cristianità trasformato in casba, che oggi anticipa la protesta. L’adunata è già partita. «Abbiamo le mail intasate di messaggi di conferma, sono arrivate le adesioni di Ponte di Nona, Corcolle, Torre Angela, Settecamini, Villaggio Prenestino, di Magliana e Tor de’ Cenci» spiega Franco Pirina, storico presidente del Caop (Coordinamento azione Ponte di Nona), il comitato che scorta a casa donne e anziani con una piccola Hyundai a chiamata. È lui il "padre" di questa iniziativa che porterà in piazza migliaia di famiglie, lui che l’anno scorso ha denunciato il sindaco Ignazio Marino per omissione di atti d’ufficio, perché non ha ascoltato i cittadini che vivono una situazione intollerabile. «E diciamo basta a una situazione ormai insostenibile che coinvolge praticamente tutte le periferie romane» dice Pirina che sottolinea che, per Ponte di Nona, «l’80 per cento dei reati ai nostri danni è riconducibile ai campi rom fuori controllo». Sabato prossimo, il trampolino di lancio sarà a Tor Sapienza, con una manifestazione nel cuore del quartiere, a piazza De Cupis. «Saremo lì dalle tre del pomeriggio a oltranza» anticipa Roberto Torre presidente del comitato di quartiere, un’altra zona asfissiata dalla diossina dei roghi del campo nomadi di via Salviati, «un regalo di Rutelli con 800 persone anziché 260, accanto al quale è sorto un altro campo tollerato davanti all’Ufficio immigrazione, e una miriade di baraccopoli sotto le nostre finestre». Presente anche Torre Angela, che stasera elegge il nuovo presidente. «Siamo nel quadrante Tor Bella Monaca, presto assisteremo a uno scontro per la spartizione del territorio tra romeni, ucraini, napoletani - profetizza Giancarlo Marinelli, un consigliere del comitato - e gli arrivi di immigrati nel VI Municipio, l’ex VIII, che ne raccoglie già il 27% di tutta Roma, continuano». «La precarietà viene tutta scaricata nelle periferie senza controllo alcuno» sintetizza per tutti Torre. Ma per Pirina, «il peggior pericolo oggi come oggi non è tanto l’invasione biblica, che non si sa più come gestirla ma la la formazione di eventuali cellule terroristiche». Le forze dell’ordine sono «preoccupatissime» dice. «Prima avevano già difficoltà con i mezzi dimezzati a controllare la formazione di eventuali cellule terroristiche, oggi non sono all’altezza, hanno perso il controllo, non sanno chi sta entrando in Italia, è questo il peggior pericolo, che ci sta aspettando». Lo scenario è reale. «Il 70% di quelli che arrivano li fanno passare per angioletti - continua Pirina - ma provengono da guerre tribali dove hanno fatto a pezzi i rivali e violentato donne e bambini, ci odiano perché siamo cattolici, non concepiscono la nostra cultura, sono facilmente reclutabili dai più faziosi, per me - conclude - sono già entrati, si sono infiltrati attraverso gli arrivi, potrebbero darci molti problemi di ordine pubblico, e anche le forze dell’ordine ne sono convinte».

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