Politica

Berlusconi scarica Fitto: «Sei come Fini»

Il Cav attacca: «Puoi anche andar via». La replica: «Non puoi cacciarmi». Scontro in presidenza. LEGGI ANCHE

«Presidente, non mi sta bene che si sia votato il documento finale senza aver neanche dato spazio al dibattito». È la goccia che fa traboccare il vaso. Berlusconi abbandona la sua scrivania e si avvicina ai banchi dove sono accomodati i membri dell’ufficio di presidenza. Alla fine è di fronte a Raffaele Fitto, scurissimo in volto. «Tu sei come Fini e l’Ncd di Alfano. Ho fatto fare un sondaggio, con questi tuoi continui distinguo perdiamo voti, non fai altro che danneggiarci invece di pensare all’unità del partito». Fitto non ci sta: «Fini è uscito dal tuo governo per farlo cadere e Alfano è rimasto al governo per mantenere le poltrone. Io, invece, ti chiedo solo di fare opposizione vera a Renzi». Lo scontro finisce sul piano personale: «Tu pensi di fare qui quello che si faceva nella peggiore Dc, tu sei figlio di un vecchio democristiano. Ora ti faccio deferire dai probiviri e così te ne vai. Così, se vuoi, ti fai un partito con i tuoi trecentomila voti e poi decido se allearmi o meno con te». «Non puoi cacciarmi - la replica di Fitto - perché lo statuto te lo impedisce e poi perché sto ponendo delle questioni politiche, chiedo una netta opposizione al governo e regole democratiche per la nomina della nuova classe dirigente di Fi». Tutti si aspettavano lo scontro, ma probabilmente in pochi immaginavano potesse degenerare fino a questo punto. Nel primo ufficio di presidenza di Forza Italia da molti mesi a questa parte, tutti i nodi interni al partito azzurro vengono al pettine. Al punto da lasciare aperto ogni tipo di scenario, benché Fitto, anche in serata, continui a ripetere a chiunque riesca a parlargli che «io non ho alcuna intenzione di andarmene, la mia lotta la conduco all’interno del partito». I nervi erano tesi già all’inizio della riunione. Era ancora freschissima la ferita per l’ennesima fumata nera in Parlamento per l’elezione dei due giudici della Consulta. Sintomo evidente dello scollamento tra i gruppi parlamentari e il vertice del partito. Berlusconi ha letto una lunga relazione, partendo dalla politica estera per poi archiviare le primarie anche a livello locale e arrivare al Patto del Nazareno, che «va rispettato, perché ho dato la mia parola, altrimenti Renzi le riforme se le fa da solo e noi con i nostri numeri non possiamo farci niente». Unica concessione alla minoranza, un’opposizione più dura sui temi economici, compreso quel Jobs Act sul quale «Renzi ha fatto un grave passo indietro». È abbastanza per far dire a Renata Polverini, all’uscita da Palazzo Grazioli, che «c’è stata una svolta». Ma non per convincere i più scettici. Si va al voto, della trentina degli aventi diritto solo due si esprimono in dissenso: Fitto e Daniele Capezzone. In tanti si lamentano per l’assenza di dibattito. Così Berlusconi è «costretto» ad ascoltare prima Saverio Romano: «Io non ho diritto di voto - spiega - ma se l’avessi avuto, sarei stato per il no». Poi tocca a Capezzone: «Doppiamo fare un’opposizione più decisa sui temi dell’economia e delle tasse sulla casa. Non possiamo essere né carne né pesce». Interviene Verdini: «Ragionate con la testa - urla - noi dobbiamo stare con Renzi perché se no ci massacra approvando il Mattarellum». «È colpa tua se il partito è crollato dal 20 al 13%» accusa velenoso Capezzone. I toni si scaldano ancor di più quando è il turno di Fitto, che viene continuamente interrotto dallo stesso Berlusconi. Dopo lo scontro Fitto abbandona nervosissimo la saletta dell’ufficio di presidenza. E a nulla vale la parziale marcia indietro di Berlusconi: «Io non volevo offendere...». L’europarlamentare pugliese incrocia Verdini e Toti e sfoga la sua rabbia: «Non si era mai vista una cosa del genere, siamo peggio di un partito leninista. Ci vediamo nelle sedi competenti!». Capezzone invece getta acqua sul fuoco: «Ci siamo detti le verità in faccia come si fa in una famiglia. Altrimenti che partito liberale sarebbe?». Il risultato finale assomiglia molto all’esito della Direzione del Partito Democratico. Il leader incassa la fiducia del parlamentino con una maggioranza bulgara. Anche perché molti membri più vicini alle posizioni di Fitto sono tra quelli che non hanno diritto di voto. Ma nelle Aule delle Camere la situazione è molto diversa. I parlamentari «scontenti» della gestione del partito sarebbero una cinquantina, di più in ogni caso dei 37 che anche ieri sera l’europarlamentare pugliese ha radunato. Ce n’è abbastanza, insomma, per rendere complicato ogni passaggio parlamentare del Patto del Nazareno.

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