Politica

Mastella: costretto a «processare» Storace

Una nuova ombra si allunga sul «caso-Storace», il leader de La Destra che, il prossimo 21 ottobre, rischia di pagare con il carcere un insulto

Una nuova ombra si allunga sul «caso-Storace», il leader de La Destra che, il prossimo 21 ottobre, rischia di pagare con il carcere un insulto rivolto a Napolitano sette anni fa. L’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella, colui che diede il suo avallo al procedimento nei confronti di Storace, ieri ai microfoni della Zanzara è tornato sulla vicenda provando a chiarire meglio il suo ruolo. Sollevando però ulteriori perplessità. «La norma è la norma - ha detto Mastella - era un atto dovuto, non l’ho fatto in modo personale, ero obbligato, ma lasciamo stare». «Da chi fu obbligato» hanno chiesto i conduttori. «Ragazzi, lasciamo stare» la risposta. «A Storace - ha concluso l’ex Guardasigilli - non devo chiedere scusa. Non ho nulla di cui scusarmi. Ma non lo rifarei e il reato va eliminato». L’ex Governatore del Lazio ha ovviamente accolto con sconcerto le rivelazioni di Mastella. «È assurdo», attacca, «devo forse presentare un esposto per sapere chi obbligò Mastella ad autorizzare il procedimento nei miei confronti o preferisce rispondere da solo?». «L’ex ministro - continua Storace - ha appena ammesso che ci fu una lesione alla sua autonomia. Troppo facile fare ipotesi su chi possa esserne stato l’autore. Ora, dato che io per questa vicenda ebbi un chiarimento con Giorgio Napolitano e mi auguro fosse sincero, mi aspetto che dal Quirinale arrivi una secca smentita delle parole di Napolitano». Sono giorni pesanti, per Storace. Al verdetto che potrebbe costargli fino a cinque anni di carcere ormai mancano solo venti giorni. E poco contano i tanti attestati di solidarietà arrivatigli nelle ultime settimane. «Mi ha chiamato anche Gianfranco Fini - spiega - mentre mi aspettavo almeno una parola da Matteo Salvini. Pazienza...». Tra quelli che si sono schierati al suo fianco anche Massimiliano Smeriglio, vicepresidente della Regione Lazio, che venerdì prossimo parteciperà anche, in qualità di testimone della difesa, alla riunione che il «Tribunale Dreyfus» di Arturo Diaconale terrà sul caso. In Parlamento, in ogni caso, qualcosa si sta muovendo. La Commissione Giustizia del Senato, infatti, ha finalmente calendarizzato la proposta di legge di Maurizio Gasparri per l’abolizione del reato di vilipendio al Capo dello Stato, nonostante il voto contrario del piddino Giuseppe Lumia. Se ne discuterà da martedì prossimo e l’iniziativa parlamentare potrebbe anche spingere i magistrati a rinviare al sentenza in attesa che le Camere si pronuncino sulla materia. Anche perché è praticamente impossibile che l’iter per l’abolizione arrivi prima del 21 ottobre. «Bisognerebbe trovare la maggioranza - riflette il senatore del Nuovo Centrodestra Carlo Giovanardi - ma conoscendo la commissione Giustizia, e la presenza al suo interno di grillini e piddini dall’animo giustizialista, ho qualche dubbio che si riuscirà a farlo. Però, mai dire mai». Secondo Giovanardi bisogna distinguere i casi: «Un conto è il vilipendio di chi brucia una bandiera tricolore, o manomette i simboli dell'unità nazionale. Un altro l’espressione di un’opinione su un Presidente. Anche perché i tempi sono cambiati. Il Capo dello Stato oggettivamente svolge funzioni penetranti la politica, ne orienta la scena ma entra anche nel merito. Ha insomma un grande potere politico, ma nel momento in cui lo si critica scatta il meccanismo. Non ci siamo».

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