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I rifugiati non vogliono andarsene Ecco dove si rischiano le rivolte

Sono liberi di andare. O lo saranno a breve. Eppure, dopo mesi e mesi di viaggi fra guerre, carestie, epidemie e aguzzini senza scrupoli, quella libertà tanto inseguita improvvisamente li spaventa, li terrorizza. Così si ribellano: vogliono rimanere al sicuro, nei centri di accoglienza, dove da mesi trovano un letto, un pasto caldo (seppure spesso sgradito) e pure dei soldi per le piccole spese (2,5 euro al giorno). Sono più di 400 i richiedenti asilo pronti a uscire, da oggi fino a fine anno, dai centri della Capitale inseriti nel progetto Sprar, sulla cui posizione si pronuncerà (finalmente) la Commissione territoriale del Ministero dell’Interno. Si tratta dei primi arrivati in città, l’ondata di fine estate 2013. Ma sia che giunga il riconoscimento dello status di rifugiato politico, sia che la bocciatura faccia entrare in vigore la protezione sussidiaria, con un permesso di lavoro della durata di 5 mesi, i migranti dovranno lasciare i centri e andare incontro al loro destino. I più colti (più di qualcuno è laureato) viaggeranno verso il Nord Europa, i (tanti) casi "complessi" invece rischiano il vagabondaggio, invadendo le aree limitrofe a dove hanno vissuto nell’ultimo anno. LA PROTESTA È per questo che la scorsa settimana, una ventina di loro ha inscenato una protesta nel centro di accoglienza di Licenza, a 40 km da Roma, che ha "dimesso" tre ragazzi nigeriani, mettendo a ferro e fuoco la struttura. C’è voluto l’intervento delle forze dell’ordine per sedare la sommossa e allontanare i tre rifugiati. «Hanno trovato la solidarietà di altri ospiti che, probabilmente a breve, andranno incontro allo stesso destino e non capiscono che devono andare via», racconta Claudio Bolla, dirigente del Consorzio Eriches, che gestisce il centro di Licenza e alcuni altri sul territorio di Roma. L’episodio segue di pochi giorni un’altra rivolta, di minore entità, avvenuta in un centro della Prefettura nel Comune di Marcellina. «Abbiamo fatto presente questa situazione al Prefetto - prosegue Bolla - Non è un problema di poco conto. Abbiamo bisogno del supporto delle forze dell’ordine e delle istituzioni se, come accaduto a Licenza, gli ospiti inizieranno a ribellarsi e a non voler uscire dai centri». I MUNICIPI A RISCHIO Inutile dire che il Municipio VI è la zona di Roma dove si rischiano i principali focolai. La maggioranza dei rifugiati, quasi 1400 persone, è ricoverata nei 18 centri disseminati fra Torre Angela, Tor Bella Monaca, Borghesiana, Giardinetti, Ponte di Nona, Castelverde e Corcolle. Da un calcolo effettuato ponderando i dati delle prossime uscite (messi a disposizione dalle varie cooperative) con le presenze sui territori, dovrebbero essere 175 le persone con le valigie pronte da qui a dicembre, soltanto in quel quadrante. Cosìcome diversi problemi potrebbero verificarsi in zona Aurelia, dove 65 persone sarebbero pronte a uscire dall’unico maxi centro presente. Dove andranno a finire? Le cronache recenti raccontano di parchi divenuti dormitori, come quello di via Mendozza a Mostacciano o di parcheggi completamente invasi come quello alle spalle della stazione della metropolitana a Ponte Mammolo. COMMISSIONI LUMACA Il problema sarebbe arginabile se le commissioni territoriali non avessero tempi biblici per lavorare le richieste di asilo. E invece si è arrivati, secondo i gestori delle cooperative, anche a 15 mesi di attesa per i risultati, quando il termine è di 6 mesi (12 con la proroga). «Quasi il 50% degli ospiti - racconta ancora Claudio Bolla - risulta ricorrente. Significa che gli è stato negato lo status di rifugiato, ma hanno ottenuto la sospensiva presentando ricorso al Tribunale Civile». Cosa accade in pratica? Molti richiedenti asilo non scappano da guerre o epidemie, ma emigrano per motivi economici. Quando arrivano le risposte dalle Commissioni, i "promossi" ricevono un lasciapassare di 5 anni, mentre i "bocciati" ripresentano istanza: ottengono una sospensiva, ma per il nuovo responso ci vogliono almeno altre 7-8 settimane. La seconda bocciatura gli consegna una protezione sussidiaria e un permesso di lavoro di 5 mesi. Ma nel frattempo è passato quasi un anno e mezzo dall’arrivo. STRAGE A LAMPEDUSA Intanto, questo venerdì sarà un anno esatto dalla strage di Lampedusa, dove morirono annegati 366 migranti. Parte delle persone sopravvissute, 89 eritrei, furono accolti a Roma con tutte le cure del caso, alla presenza del sindaco Ignazio Marino in persona. Eppure, la cooperativa che gestisce il centro, dove sono ancora ricoverati i profughi, non ha ancora ottenuto la firma sulla licenza per esercitare. «È una situazione surreale - denuncia il responsabile della Coop Eta Beta, Paolo Messina - tenendo conto che da ottobre 2013 non abbiamo ricevuto nemmeno un euro. Stiamo mandando avanti i centri a nostre spese». SCONTRO NEL PD Ieri anche il sindaco Ignazio Marino ha ammesso che esiste un problema dovuto alla quantità di rifugiati e immigrati presenti sul territorio cittadino, «circa 9mila persone, è una cifra davvero troppo alta per le risorse strutturali ed economiche di cui dispone». Una presa d’atto che però non è piaciuta, e non interessa, alla direzione romana del Partito Democratico: «Roma deve essere capace di integrare, se vuole essere a pieno titolo Capitale».

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