Politica

D'Alema al veleno: «Matteo basta spot. Piuttosto studia di più»

L'ex premier alla Direzione Pd: «Devi pensare a quelli che le cose le sanno. Non solo agli altri»

Cinque minuti di intervento – non di più – che sono un condensato di critiche graffianti e ragionamenti affilati come lame. Sono le sette e venti del pomeriggio quando Massimo D’Alema prende la parola alla direzione del Pd, un’ora e mezza dopo l’intervento di Matteo Renzi. E il suo è un discorso che fa letteralmente a pezzi il segretario del partito Democratico. L’ex presidente del Consiglio fa parte di quella minoranza che non ha digerito affatto l’accelerazione del premier sull’articolo 18 e sulla riforma del lavoro. Ma soprattutto D’Alema non ha mai digerito il modo di fare «guascone» del segretario. E ieri non ha fatto nulla per nascondere tutta la sua avversione. Il veleno è già nell’inizio: «Sono affascinato dall'oratoria di Matteo – spiega con un sorriso ironico – Ma il fascino dell'oratoria talvolta all'ascoltatore attento non riesce a fare sì che ci sia una qualche attinenza tra una parte delle osservazioni che vengono fatte e la realtà». E da qui parte il lungo elenco di quelli che D’Alema definisce gli «spot» senza sostanza del premier. «Si dice "è la prima volta che si interviene sul costo del lavoro". Ma il governo Prodi investì 7 miliardi nella riduzione del cuneo fiscale. Si parla di un "tabù", ma parliamo di riformare una norma modificata due anni fa». Da qui in poi le critiche sono sempre più affilate. «In un paese civile dopo due anni che si è fatta una riforma prima si fa un monitoraggio degli esiti, e poi si pensa se è il caso di riformarla. E non si racconta che sta lì da 44 anni. Perché un po’ di persone che sanno che non è vero esistono. E tu, Matteo, devi anche pensare a quelli che le cose le sanno. Non solo agli altri». D’Alema batte anche sul tasto dell’Europa, sul confronto con gli altri Paesi. Per spiegare a Renzi che il nostro Paese rischia di diventare una «mosca bianca» nella Ue. «La pura eliminazione del reintegro sarebbe l'applicazione in Italia del modello spagnolo. Nemmeno in Gran Bretagna dove son passati Margaret Thatcher e Tony Blair si è arrivati a tanto – ragiona sempre con un mezzo sorriso sarcastico e muovendo le dita come per intrecciare un immaginario origami, la sua passione – Non vedo perché dobbiamo porci al di fuori del consorzio civile, facendo passare questa per una grande riforma». E anche sulle cifre della manovra D’Alema interviene duro: «La riforma non costa un miliardo e mezzo, ma dieci volte tanto se la si vuole fare con serietà. Ho molti dubbi su una finanziaria fatta di molti spot, un miliardo qui uno là. Avrei concentrato ogni sforzo sulla crescita». «Per occuparsi di certi temi – è l’affondo – non occorre sapere le cose. Ma, certo, studiare sarebbe utile». Poi, l’ultimo veleno: «Stiglitz dice che il mercato del lavoro non si riforma quando c’è recessione, ma quando c’è crescita. Ma questo lo dice Stiglitz che capisco è un vecchio rottame della sinistra, ma è un premio Nobel. Premio che i giovani consiglieri qui presenti non sono ancora riusciti ad ottenere». E la platea applaude.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.