Politica

I Democratici e il premier. Sette mesi di Lotta continua

Che tradizionalmente la dialettica all’interno del Pd sia sempre stata molto intensa è cosa nota. Dall’arrivo di Matteo Renzi a Palazzi Chigi però dal confronto acceso si è passati allo scontro sistematico, praticamente su tutto. Non trascorre settimana senza che qualche esponente del Partito Democratico, più o meno importante, non muova delle critiche al Presidente del Consiglio sulle riforme in agenda.   FASSINA CHI? Che sarebbe stata una convivenza difficile quella tra il rottamatore e gran parte del partito lo si era capito dal discorso post vittoria alle primarie: «Questa non è la fine della sinistra, è la fine di una parte della classe dirigente della sinistra», ma livelli così alti di polemica politica erano difficili da immaginare. La prima vittima dell’ex sindaco di Firenze, non ancora Premier, arriva con la celebre battuta: «Fassina chi?» che porta alle «dimissioni irrevocabili» del viceministro dell’Economia. Subito dopo è Gianni Cuperlo a rassegnare dimissioni da presidente del Pd: «Voglio avere la libertà di dire sempre quello che penso», liquidato da Renzi con una frase: «Se uno si dimette vuol dire che si è dimesso. Faccio fatica con le liturgie».   NAZARENO VIOLATO A dare il colpo definitivo a un equilibrio già precario è però il Patto del Nazareno, siglato a gennaio con Berlusconi, che rimette al centro della scena politica l’ex cavaliere, dà il colpo di grazia al governo Letta e rimane indigesto a tutta quella parte del Pd che per 20 anni aveva fatto dell’antiberlusconismo una bandiera. «Quando ci sono da fare le regole del gioco si fanno insieme all’avversario» spiega Renzi, ma sono in tanti a storcere la bocca. «Devo dire con franchezza che mi sono un po’ vergognato, questo colloquio non andava fatto, è stato un errore politico - le parole di Fassina all’indomani dell’incontro -. Il Senato ha votato dopo una sentenza passata in giudicato per l'interdizione dalla politica, adesso lo ribattezziamo per la terza volta a padre costituente». Sono proprio gli accordi sulla legge elettorale a creare gli attriti maggiori. La polemica esplode in tutta la sua forza sulla riforma del Senato con il dissidente Corradino Mineo a capeggiare la rivolta. La sostituzione del senatore del Pd e di Vannino Chiti, in commissione Affari Costituzionali, provoca l’autosospesione di 14 senatori del Partito democratico. «Il premier dalla Cina, rinverdendo la tradizione bulgara, rivendica la decisione di ieri» l’attacco di Civati, da sempre leader di una delle correnti interne anti-Renzi «Quando si parla di Costituzione tutti i parlamentari sono sovrani. Se i costituenti avessero fatto come Renzi temo non avremmo la Costituzione».   LE VELINE DEL PD Dure critiche al Premier dall’interno del partito arrivano anche prima delle elezioni europee per la scelta, a sorpresa, di mettere a capo delle liste del Pd cinque donne. Il tutto senza neanche avvisare i big in pole position per fare i capolista e dopo mesi di polemiche per la nomina di alcune ministre: «Sono state scelte perché erano giovani, non solo perché erano brave ma anche perché erano belle» la stoccata dell’ex presidente del Pd Rosy Bindi.   I NOSTALGICI DEL 25% Elezioni europee che si concluderanno in modo trionfale per il Premier, facendo però crescere il fronte dei nemici interni. In primis Massimo D’Alema, non preso in considerazione per un posto a Bruxelles nonostante l’autocandidatura: «Deve decidere Renzi, ma sì, mi sento adatto a ricoprire il ruolo di commissario europeo, a ricoprire un ruolo europeo». Una mancata nomina che ha scatenato una vera e propria guerra fratricida dentro il Pd, con D’Alema pronto a fare sponda con Bersani nella dura battaglia sulla riforma del lavoro che vede al centro dello scontro l’articolo 18. «Le intenzioni del governo sono surreali», l’affondo iniziale di Bersani che poi ha attaccato frontalmente il premier: «Governa con il mio 25%, esigo rispetto. A Renzi consiglierei di avere un rapporto un po' più amichevole col suo partito. Capisco che inventarsi un nemico al giorno sia una tecnica comunicativa e che ora ci sono capitato io. Ma qui bisogna risolvere i problemi del Paese». Secca anche la replica di Renzi: «Anche nel nostro partito c'è chi vuole cogliere la palla al balzo per tornare agli scontri ideologici e magari riportare il Pd al 25%. Noi no. Noi siamo qui per cambiare l'Italia e non accetteremo mai di fare le foglie di fico alla vecchia guardia che a volte ritorna. O almeno ci prova». Le asce di guerra sono lontane dall'essere deposte.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.