Testimone in un processo che non sta più in piedi. La Corte d’assise di Palermo ha stabilito che Giorgio Napolitano dovrà deporre nel procedimento sulla Trattativa Stato-Mafia. Una decisione, quella del giudice Alfredo Montalto, che accoglie le richieste avanzate dai pm palermitani. Il Capo dello Stato sarà, dunque, ascoltato, ma al Quirinale e solo nei giorni decisi dallo stesso Colle. I magistrati, che da mesi insistono sulla necessità di sentirlo potranno rivolgergli solo domande relative alla lettera inviata a Napolitano dal suo consigliere giuridico, Loris D’Ambrosio, morto d’infarto nel 2012. Per capire di che si tratta e come si è giunti alla decisione dei pm, occorre fare un passo indietro, al giorno in cui saltano fuori le intercettazioni delle telefonate fra l’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino, e lo stesso D’Ambrosio. In quelle conversazioni i due discutono, fra le altre cose, di come intervenire sul collegio giudicante allo scopo di evitare un confronto fra lo stesso Mancino e l’ex ministro della Giustizia, Claudio Martelli. Quando queste conversazioni diventano pubbliche, D’Ambrosio reagisce scrivendo la lettera a Napolitano, nella quale, oltre ad annunciare le sue dimissioni, fa riferimento a «episodi del periodo 1989-1993 che mi preoccupano (...) e che mi hanno portato a enucleare ipotesi (...) quasi preso anche dal vivo timore di essere stato allora considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi». Ed è proprio su questo passaggio, «indicibili accordi», che i pm si appigliano per chiedere la testimonianza del Capo dello Stato. Cosa sa Napolitano, si domandano i magistrati, di queste preoccupazioni di D’Ambrosio? Ma qui occorre fare attenzione alle date. È il 17 ottobre 2013 quando la Corte d’assise di Palermo, accogliendo, per la prima volta, la richiesta dei pm, dice «sì» alla deposizione di Napolitano. Una testimonianza che, per via di una sentenza delle Corte Costituzionale, può avvenire solo con molti paletti e tanti limiti. Settantadue due ore prima, il 14 ottobre, accade qualcosa d’importante. Quel giorno, infatti, vengono depositate le motivazioni della sentenza con la quale l’ex generale del Ros, Mario Mori, è assolto dal reato di favoreggiamento alla mafia e per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano. Il processo Mori, è questo il punto, si basa, sostanzialmente, sugli stessi presupposti del procedimento «parallelo», quello sulla Trattativa. Se crolla il primo, come già avvenuto in primo grado, precipita anche il secondo. Quando le motivazioni dell’assoluzione di Mori vengono rese pubbliche, diventa assolutamente evidente che i «pilastri» della Trattativa sono stati disintegrati. Un colpo duro, troppo duro, per un processo che ambisce a riscrivere la storia d’Italia attraverso il «connubio» fra Stato e mafia. Passano tre giorni, solo tre giorni, siamo al 17 ottobre 2013, e la Corte d’appello di Palermo decide di far deporre Napolitano, accogliendo la richiesta di pm che, nel frattempo, brancolano nel buio, lavorano su ipotesi, indizi vaghi, testimonianze non convincenti, uomini misteriosi che nessuno ha mai visto e gli immancabili servizi segreti. Prove, zero. Ma torniamo al 17 ottobre. Passa qualche giorno e Napolitano scrive una lettera alla Corte d’assise di Palermo in cui spiega che non ha nulla da riferire di utile per il processo e che da D’Ambrosio non ha mai ricevuto «ragguagli» sulle sue ipotesi. Non serve. I pm insistono e ieri il giudice, dopo essersi «riservato» di decidere per mesi, accoglie le loro richieste spiegando che «non si può escludere il diritto di ciascuna parte» di interrogare un testimone «solo perché quel testimone abbia escluso di essere informato dei fatti», e aggiungendo, in sostanza, che se anche la sua deposizione dovesse rivelarsi non importante, non vuole dire che sia «inammissibile» o «superflua e irrilevante». Significa, forse, che Napolitano, che ieri, intervenendo commosso alla cerimonia di commiato del Csm, ha poi affermato in una nota di non avere «alcuna difficoltà a rendere al più presto testimonianza» e che «ci sono nuove ragioni di attualità e non rinviabilità» della riforma della giustizia», potrebbe, davanti ai pm, sostenere cose diverse da quelle messe nere su bianco nella lettera inviata ai giudici palermitani? Oppure che i magistrati sospettano che il Capo dello Stato potrebbe aver omesso dei fatti?
Schiaffo a Napolitano sulla Trattativa
I magistrati lo interrogheranno per provare il connubio Stato-mafia Ma il processo non sta in piedi e i pm lavorano su indizi e ipotesi vaghe
