Politica

«Ci sono ancora molti punti oscuri»

Le motivazioni della sentenza pronunciata dalla Cassazione

I «punti oscuri» ci sono. Non sono «affatto secondari». E forse resteranno oscuri per sempre. Ma la sentenza di assoluzione di Raniero Busco pronunciata dalla Corte d’assise d’appello il 27 aprile 2012 non è illogica, né contraddittoria. La prima sezione penale della Corte di Cassazione presieduta da Umberto Giordano, che ha rigettato i ricorsi presentati dal procuratore generale e dalle parti civili, spiega le ragioni della sua decisione. Il meccanico di Morena accusato dell’omicidio della sua fidanzata Simonetta Cesaroni, uccisa con 29 colpi di tagliacarte il 7 agosto 1990 in via Poma, può finalmente tirare un sospiro di sollievo. L’ultimo. Il suo calvario si è definitivamente concluso. Le 30 pagine di motivazioni del verdetto emesso dagli «ermellini» il 26 febbraio scorso hanno posto una pietra tombale sulla vicenda che riguarda Busco, anche se l’assassino della ragazza resta ancora senza nome e senza volto. IL MORSO La Cassazione sottolinea che la Corte d’assise d’appello ha messo in evidenza «un dato che entrambi i ricorrenti trascurano: il prof. Carella Prada, l’unico professionista che aveva esaminato il cadavere, non aveva affatto affermato con certezza che quei segni (sul capezzolo sinistro della vittima ndr) fossero stati prodotti da un morso». Al contrario, «si tratta di un’ipotesi». Anche perché «le perizie sono state esperite su alcune fotografie del seno della vittima, nemmeno ortogonali, tanto da imporre una ricostruzione gafica per eliminare le distorsioni». Il CORPETTO La sentenza di primo grado era basata su un triplice sillogismo: Busco morde Simonetta sul seno sinistro (rilasciando sull’indumento il suo Dna), lei si ribella, lui la schiaffeggia e poi la uccide. Quindi morso-dna sul corpetto e sul reggipetto-ferita sul seno corrispondente. Ma se lei si era tolta volontariamente il corpetto, allora il dna era stato rilasciato in un’occasione precedente. La tematica delle due ricostruzioni viene «elusa» dal primo verdetto. E il «vizio motivazionale della sentenza d’appello su questo aspetto non esiste: il perito d’ufficio e la sentenza di appello hanno esplorato un’ipotesi - quella del morso inferto quando la vittima era già distesa a terra e l’assassino a cavalcioni su di lei - che era stata formulata e da cui la Corte di primo grado si era distaccata con una ricostruzione non certo indiscutibile». IL BITEMARK La prova del bitemark (l’impronta lasciata dai denti sulla pelle) non ha avuto il consenso unanime della comunità scientifica e va utilizzata «solo per escludere la responsabilità di un sospettato e non per affermarne la colpevolezza». Inoltre, la «conclusione (dei giudici d’appello ndr) «secondo cui "il raffronto tra elaborazioni di fotografie di Simonetta Cesaroni, elaborazione di un fotogramma dell’arcata dentale inferiore di Raniero Busco estrapolato da un documento visivo dell’epoca (1990) e un calco effettuato a 18 anni dal delitto, non offre tranquillante garanzia di validità scientifica quanto alla postulata compatibilità" è, quindi, ampiamente argomentata e niente affatto illogica». IL DNA La sentenza impugnata dal Pg considera una «certezza processuale» il dato della presenza del Dna attribuibile all’imputato quanto meno su tre reperti (biancheria intima della vittima ndr) e considera altamente improbabile» una «contaminazione dovuta alla catena custiodiale dei reperti». Ma «l’origine del Dna sia dell’imputato sia della vittima rinvenuto sui due capi di vestiario, peraltro, risulta non accertata dal punto di vista scientifico - scrivono i supremi giudici - l’esito dell’analisi alfa-amilasi, in grado di determinare se un determinato Dna sia di origine salivare, è stato negativo». IL SANGUE DIVERSO «Non si può escludere che la Cesaroni indossasse un reggiseno e un corpetto che, benché lavati, avessero traccia di Dna lasciata in un’occasione precedente», ribadisce la Cassazione, secondo cui la mancanza della prova scientifica «fa cadere la certezza della presenza dell’imputato sul luogo del delitto al momento del delitto; a tale incertezza si accompagnano le tracce della presenza di persone diverse (sangue di gruppo A, differente da quello di Busco e Simonetta, sulla porta della stanza in cui venne trovato il cadavere e su un telefono ndr), il cui sangue era stato repertato».

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