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L’Università dell’Aquila e quell’affitto pagato il doppio

L’ex rettore di Orio denunciato per abuso d’ufficio aggravato insieme all’ex direttore Del Vecchio e all’imprenditore Gallucci

L’Università dell’Aquila e quell’affitto pagato il doppio

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Un affitto pagato più del doppio del valore di mercato, lavori di ristrutturazione affidati senza un confronto concorrenziale e una cauzione in denaro liquido tre volte superiore a quella prevista. Nessun padre di famiglia avrebbe fatto delle scelte così dissennate, specie in un momento delicato come la ricostruzione del post-sisma.

L’ex rettore dell’Università dell’Aquila Ferdinando di Orio invece l’ha fatto. Forse perché i soldi sprecati non facevano parte dei suoi risparmi. Fatto sta che, per affittare un capannone industriale dove trasferire le facoltà di Ingegneria e Scienze Motorie, è stata spesa la stessa cifra che in tre anni avrebbe consentito di acquistarlo. I docenti e membri del Consiglio di amministrazione dell’Università hanno denunciato alla magistratura le ombre dell’operazione e ora il professore di Orio è imputato davanti al Tribunale penale dell’Aquila con l’accusa di abuso d’ufficio aggravato, insieme all’ex direttore amministrativo dell’ateneo Filippo Del Vecchio (oggi contestassimo direttore generale all’Università di Chieti) e all’imprenditore Marcello Gallucci. Sul processo, iniziato il 3 ottobre del 2013, incombe però la mannaia della prescrizione.

 

 

IL CONTRATTO D’ORO

Ma facciamo un passo indietro. Nel terremoto che il 6 aprile 2009 devastò il capoluogo abruzzese rimasero gravemente danneggiati anche i locali e le aule dell’Università. Si impose perciò l’esigenza di trovare il prima possibile una nuova sede dove trasferire le attività didattiche e amministrative, per evitare la fuga degli studenti. L’accordo di programma per il triennio 2009-2011, stipulato tra l’Ateneo e il ministero dell’Istruzione, prevedeva l’assegnazione di un contributo annuo pari a 3 milioni di euro da destinare al pagamento dei canoni di locazione. Due terzi di questa cifra se ne andranno per l’affitto di un edificio in cui ospitare solo le facoltà di Ingegneria e Scienze Motorie. Il 15 luglio 2009, infatti, il rettore di Orio e il direttore amministrativo Del Vecchio sottoscrivono un accordo con il quale l’Università si impegna a prendere in affitto dalla società Gallucci srl lo stabile ex Optimes (una fabbrica dismessa del settore informatico) nell’area industriale di Pile. La durata del contratto è fissata in sei anni, per un canone annuo di 1.242.528 euro, pari a 11,63 euro al mese per metro quadrato. A questo importo viene aggiunta l’ulteriore somma di 699.392 euro da versare ogni anno, per quattro anni, «a titolo di recupero delle spese che sarebbero state supportate dalla locatrice per l’adattamento dell’immobile alle specifiche esigenze dell'Università». Ma c’è di più. Come cauzione, da restituire al termine della locazione, l’Ateneo sborsa un milione di euro.

 

 

APPROVAZIONE FORZATA

Il 29 luglio l’accordo viene sottoposto all’attenzione del consiglio di amministrazione dell’Università per l’approvazione. Si solleva una levata di scudi da parte di alcuni membri del cda. Il professore Pacioni, ad esempio, giudica il contratto «molto penalizzante per il conduttore». Chiamato in causa, il rettore spiega di «condividere queste valutazioni sull’onerosità dell’operazione», mostrandosi perfettamente consapevole del grave squilibrio tra bene immobile e corrispettivo economico, che andava a vantaggio della società Gallucci e a danno dell’Ateneo. Eppure di Orio non fa niente per tornare indietro, anzi, scarica la responsabilità della scelta esclusivamente sul direttore amministrativo, nonostante il contratto fosse stato sottoscritto da entrambi. Tra l’altro, se fosse stato realmente in disaccordo rispetto alla valutazione di Del Vecchio, il rettore avrebbe avuto - in base allo Statuto dell’Ateneo - il potere-dovere di avocare a sé la trattazione dell’affare e ricondurre ad equità l’affitto. Senza contare che - in base al Regolamento di Ateneo - il direttore amministrativo è responsabile per spese sino a 206 mila euro e legittimato a stipulare solo ed esclusivamente locazioni a breve termine, non eccedenti 36 mesi. In questo caso le cifre in ballo sono di gran lunga più alte e la durata del contratto è di 6 anni, quindi il contratto va oltre le sue competenze. Alla luce di questi elementi non solo di Orio non corregge il tiro, ma non aspetta nemmeno di acquisire dall’Ufficio tecnico erariale dell’Agenzia del territorio la valutazione di congruità sul canone di locazione. D’altronde la stima era stata richiesta a cose fatte, ossia ben dieci giorni dopo aver siglato il contratto. Che utilità ha chiedere un consiglio a un esperto, una volta che la decisione è già stata presa? Anche il consiglio di amministrazione dell’Ateneo viene svilito del suo ruolo: nella seduta del 29 luglio è "costretto" a ratificare il contratto senza sapere se la spesa per l’affitto del capannone ex Optimes fosse giudicata congrua dall’Ute. Del Vecchio si impegna a «presentare al cda la valutazione appena sarebbe stato possibile». Tale procedura lascia basito il professore Pierluigi Beomonte Zobel, che esprime voto contrario. Motiva la sua decisione spiegando di «non condividere e non capire come mai la richiesta all’Ufficio tecnico erariale non fosse stata inviata prima della firma del contratto e per quale ragione quest’ultimo venisse portato a ratifica invece che essere sottoposto prima all’approvazione del cda, come richiesto espressamente da alcuni consiglieri e come dovrebbe essere prassi comune».

Infatti solo «in casi di necessità e urgenza il rettore può adottare sotto la propria responsabilità provvedimenti di competenza del Senato accademico e del Consiglio di amministrazione, chiedendone la ratifica nella seduta successiva». In assenza del requisito di necessità e urgenza, il Codice dei contratti pubblici impone l’invito ad almeno cinque concorrenti, l’esame di eventuali offerte volontarie e l’acquisizione preventiva della relazione di stima da parte dell’Agenzia del territorio, per assicurare il rispetto dei principi di economicità, efficacia, imparzialità, parità di trattamento, trasparenza, proporzionalità. Le presunte violazioni di legge e dei regolamenti di Ateneo sono ancora più gravi se si considera che i nuclei industriali dell’Aquila all’epoca erano dotati di numerose strutture inutilizzabili, che si sarebbero rese disponibili a prezzi di gran lunga inferiori. Ad esempio, non è dato sapere come mai non è stato più preso in esame l’ex centro commerciale Sercom, a Pagliare di Sassa, e altri ex capannoni tra cui quelli dismessi da Sviluppo Italia. Essendo in stato di abbandono ed essendo divenuto di proprietà del Comune a seguito di un contenzioso giudiziario, probabilmente sarebbe stato possibile ottenere l’ex centro commerciale Sercom a un costo irrisorio, se non addirittura senza alcun esborso. Inoltre, la notevole superficie dell’immobile avrebbe permesso l’insediamento sia delle facoltà che di tutti di dipartimenti, con tutti i servizi necessari, come la mensa e la biblioteca. Nonostante queste molteplici incongruenze e il voto contrario del professor Zobel, la delibera di ratifica viene approvata dal cda.

 

 

IL RITARDO DELL’UTE

A distanza di ben 18 mesi arriva dall’Ufficio tecnico erariale il responso tanto atteso. La prima cosa che salta all’occhio è il singolare ritardo nella risposta. Sulla base della richiesta inoltrata il 24 luglio 2009, il sopralluogo dei tecnici dell’Ute era stato effettuato dopo un anno e solo il 25 novembre 2010 era stata redatta la relazione di stima, poi trasmessa all’Università il 10 gennaio 2011. Quanto ai numeri, l’affitto per l’area ex Optimes viene stimato in 715.000 euro (pari a 6,48 euro al mese per metro quadrato), a fronte del già ratificato contratto da 1.242.528 euro all’anno (pari a 11,63 euro al mese per metro quadrato). Nella relazione si sottolinea anche che nella stessa zona di Campo di Pile erano stati rilevati canoni di locazione ancora più bassi, stipulati con le amministrazioni pubbliche. Ad esempio, la Provincia dell’Aquila pagava 5,95 euro al mese per metro quadrato, l’Inail 6,37 euro e l’Inpdap 7,13 euro. Il 7 gennaio, ossia tre giorni prima della data in cui verrà recapitata la stima di congruità, il direttore amministrativo (ufficialmente senza sapere ancora quale sarà il responso dell’Ute) invia una lettera a Gallucci srl per chiedere la riduzione dell’affitto almeno del 20%. Una strana lungimiranza. Ma ancora più singolare appare la decisione di Del Vecchio di contestare la relazione di stima, chiedendo all’Agenzia del territorio - fuori da ogni logica e da ogni precedente in Italia - una revisione al rialzo. Il rettore di Orio il 20 gennaio comunica alla Gallucci che, in caso di rigetto della contestazione, si sarebbe visto costretto a chiedere la rescissione del contratto, dimenticando che dal luglio 2010 - per effetto di una sentenza del giudice amministrativo - l’area ex Optimes apparteneva al Consorzio Sviluppo Industriale. Una volta appreso chi è il "nuovo" proprietario, a quel punto senza più attendere l’esito della contestazione all’Agenzia del territorio, il 27 gennaio di Orio manifesta al Consorzio la volontà di rescindere il contratto. Per tutta risposa, con nota del 3 febbraio, i titolari della Gallucci replicano piccati di aver rinunziato a proposte più allettanti rispetto a quella dell’Università e di aver sostenuto cospicue spese per lavori che non si erano esauriti con il semplice ripristino dell’immobile, ma avevano riguardato una serie di migliorie indispensabili per rendere il complesso idoneo agli usi delle facoltà.

 

 

PREZZO SOVRASTIMATO

In realtà se, come asserisce la società Gallucci, sono stati commessi degli errori di valutazione da parte dell’Ute, non si tratta di una sottostima del prezzo di affitto dell’ex Optimes, bensì di una sovrastima. L’immobile, infatti, all’atto di stipula del contratto di locazione (15 luglio 2009) aveva la destinazione d’uso «industriale», mentre alla data del sopralluogo dei tecnici (15 giugno 2010) aveva assunto la diversa destinazione d’uso «scolastico-direzionale». Ne è conseguita sovrastima del canone a livello esponenziale. In base alle quotazioni immobiliari fornite dalla stessa Agenzia del territorio, la valutazione di un capannone industriale come quello della ex fabbrica di cd dovrebbe aggirarsi da 1,4 a 2,1 euro al mese per metro quadrato. Invece l’Ute avrebbe posto a base della stima il range fissato per gli edifici a uso ufficio, arrivando quindi a una valutazione di 6,8 euro al mese per metro quadrato. La differenza è abissale: il canone annuo pattuito tra l’Università e la Gallucci era di 1.242.528 euro; quello congruo secondo l’Ute è di 715.000 euro; quello realmente appropriato sarebbe dovuto oscillare tra i 150-180 mila euro. Se si prende per buona questa stima, lo spreco di denaro pubblico è stato di un milione annuo, che moltiplicato per sei anni, fa 6 milioni (più Iva).

 

 

LAVORI SENZA GARA

I tecnici dell’Agenzia del territorio, nel procedere alla valutazione, hanno tenuto conto dello stato dell’edificio dopo gli interventi edilizi effettuati a spese dell’Università e pagati alla società Gallucci circa 700 mila euro annui per quattro anni, «per l’adattamento dell’immobile alle specifiche esigenze dell’Università». In realtà questo sovraprezzo esula dal contratto di locazione e avrebbe tutte le caratteristiche di un appalto eccedente le soglie comunitarie o, quanto meno, del "cottimo fiduciario". In entrambi i casi, né il rettore né il direttore amministrativo avrebbero avuto il potere di procedere alla stipula di un tale contratto misto di locazione e appalto. Per altro, a fronte di un importo iniziale di 3 milioni 600 mila euro (oltre Iva) pattuito per i lavori di adeguamento del capannone - che Marcello Gallucci ha assegnato alla ditta Fiordigigli Sabatino del cognato - l’Università avrebbe dovuto sborsare 5.770.387 euro, quindi circa un milione e mezzo in più del previsto (più Iva).

 

 

CAUZIONE SPROPOSITATA

Un’autentica "perla" che suggella, in modo emblematico, l’autolesionismo dell’amministrazione universitaria è dato dalla cauzione: un deposito fruttifero per un milione di euro da restituire al termine della locazione. È singolare che l’Università, pur nella situazione di estrema difficoltà economica post-terremoto, abbia dovuto consegnare alla Gallucci una cifra così rilevante in denaro liquido. E ancora più singolare che non sia stato fatto ricorso, in sostituzione del deposito cauzionale, a fideiussioni bancarie o polizze assicurative, che sarebbero costate poche centinaia di euro. Per quanto riguarda poi la quantificazione dell’importo, la legge in materia prevede che non sia superiore a tre mensilità del canone. Nel caso in esame, la cauzione non avrebbe potuto superare la soglia di 310.632 euro, a fronte di un totale annuo di 1.242.528 euro. Invece l’amministrazione universitaria ha lasciato in deposito nelle casse della società, senza che fosse necessario, un milione: denaro liquido che in un momento di difficoltà come il post-sisma sarebbe stato utile per fare altri investimenti. Tralasciando quest’ultima "regalia", il danno patrimoniale globale arrecato all’Ateneo con la stipula del contratto si può quantificare in diversi milioni di euro.

 

 

IL PROCESSO PENALE

Alcuni docenti e membri del cda dell’Università dell’Aquila, come i professori Pierluigi Beomonte Zobel e Sergio Tiberti, non hanno taciuto di fronte a quelli che ritenevano degli evidenti abusi da parte dell’allora rettore e direttore amministrativo. «Pur nella situazione di emergenza insorta per effetto del sisma - si legge nell’esposto presentato alla procura del capoluogo abruzzese - la vicenda del contratto presenta gravi anomalie che ne impongono la denuncia in sede penale a tutela, sotto il duplice profilo patrimoniale e non patrimoniale, dell’Istituzione universitaria». E in effetti le indagini condotte dal pm aquilano David Mancini sono sfociate nel rinvio a giudizio di Ferdinando di Orio, Filippo Del Vecchio e Marcello Gallucci con l’accusa di abuso d’ufficio aggravato perché «in concorso tra loro - si legge nel capo d’imputazione - in violazione di norme di legge, dello Statuto e del Regolamento spese in economia dell’Ateneo, intenzionalmente procuravano alla Gallucci srl un vantaggio patrimoniale ingiusto e di rilevante gravità e all’Università dell’Aquila un corrispondente danno ingiusto e di rilevante gravità». Al legale rappresentante della società, Marcello Gallucci, il pm contesta di aver compiuto «tutte le attività propedeutiche alla stipula del contratto, pervenendo finanche alla sua stesura sulla base degli accordi intercorsi». Difficile spiegare in altro modo, ad esempio, l’articolo 5 del contratto: «A giustificazione delle spese sostenute dal locatore per la ristrutturazione verrà fornito un semplice computo medio estimativo». «Era necessaria - ha fatto notare il professore d’ingegneria Zobel, nella testimonianza resa ai giudici durante l’udienza del 19 giugno - una perizia giurata di un tecnico iscritto all’albo, corredata da tutte le fatture delle spese sostenute». «Il contratto, oltre che esoso - ha spiegato il professore Tiberti, sentito come teste nella stessa udienza - non prevedeva alcuna clausola di salvaguardia per l’università, né alcuna clausola di riscatto. Sarebbero bastate tre annualità di fitto per coprire l’acquisto di quello stabile». Difatti, secondo una perizia tecnica di stima sulla congruità del canone di locazione elaborata dall’ingegnere Filippo Caccia il 24 giugno 2006 nell’ambito del giudizio civile, il prezzo di vendita del capannone era stato fissato in 3 milioni 247 mila euro. «Tale prezzo eventualmente rivalutato nella misura di mercato del 3% annuo, per un totale del 9% alla data di luglio 2009, sarebbe stato di 3.567.000 euro - ha precisato ai giudici il maresciallo dei carabinieri Fazio, che ha coordinato le indagini per conto della Procura - Ne consegue che l’Università avrebbe potuto acquistare l’intero immobile per una somma inferiore addirittura al canone di un semplice triennio».

 

 

LA CAUSA CIVILE

Oltre il danno la beffa. Il legittimo proprietario di quel capannone non è la società Gallucci, con la quale l’Ateneo si è legata con un contratto d’affitto a dir poco penalizzante , bensì il Consorzio per lo Sviluppo Industriale dell’Aquila. Il Tribunale civile dell’Aquila, con un sentenza emessa lo scorso 16 giugno dal presidente Ciro Riviezzo, ha stabilito infatti che l’acquisto della ex fabbrica da parte della Gallucci «è privo di qualsiasi effetto giuridico». Anche in questo caso occorre fare un passo indietro. Ad acquistare l’immobile, nell’ambito della procedura fallimentare della Optimes, era stato nel settembre del 2006 il Consorzio per lo sviluppo industriale. A seguito di una serie di ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato, il tribunale fallimentare di Milano aveva indetto una vendita all’asta del capannone; vendita che si era aggiudicata la società Gallucci. L’acquirente era stato però avvertito che sul bene pendeva ancora un giudizio amministrativo. E difatti il Consiglio di Stato, con sentenza del 2010, dà ragione al Consorzio industriale. Nel 2012, tre anni dopo la stipula del contratto con la Gallucci e quando l’inchiesta penale è già partita, i vertici dell’Ateneo vengono finalmente sfiorati dal dubbio: quell’immobile appartiene veramente alla società che lo ha concesso in locazione? L’Università dell’Aquila, dunque, si presenta davanti al Tribunale civile per sapere a chi deve pagare l’affitto dell’immobile. I giudici stabiliscono che i soldi versati fino a luglio 2011 alla Gallucci, devono essere restituiti al Consorzio industriale. Milioni di euro, il cui esatto ammontare è ancora da definire. Ma la storia si complica ulteriormente, proprio a causa di quei lavori di ristrutturazione che l’Ateneo ha affidato, senza indire una gara, alla Gallucci. Da una perizia elaborata dal Consorzio è emerso che l’Università doveva pagare un milione di euro e non un milione e mezzo, come è invece avvenuto sulla scorta di un computo metrico stilato dalla stessa impresa che ha realizzato le opere. E così la ditta Gallucci è stata condannata dal Tribunale civile dell’Aquila a restituire all’Università «l’eccedenza pari a 538.732 euro». Ora il pm dovrà decidere se chiedere di acquisire agli atti del processo penale questa sentenza. Intanto la prossima udienza è stata fissata il 5 febbraio 2015. Un rinvio di ben sette mesi deciso dal presidente del collegio Giuseppe Grieco (finito nel 2012 sotto inchiesta disciplinare del Csm), contro il quale il pm Mancini ha cercato di opporsi per non vedere vanificate le indagini. Questo lungo rinvio, infatti, avvicina i tempi della prescrizione, previsti per gennaio 2016, e allontana le speranza di trovare giustizia in una storia di sprechi senza fine, iniziata quando la ricostruzione del post-sisma imponeva che i soldi pubblici andassero centellinati. Con la scusa dell’emergenza in Italia si generano mostri, quando, volendo, per una gara pubblica bastano 30 giorni.

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