Un corto circuito senza precedenti. Un presidente del Consiglio che, al tempo stesso, è anche segretario del partito di maggioranza e che scrive agli iscritti per «aizzarli» contro la minoranza interna. Che, però, è al momento la maggioranza nei gruppi parlamentari. Lo scontro nel Pd sale ancora una volta di livello e mette seriamente a rischio l’unità del partito. E chissà se, dietro l’intemerata di Renzi nei confronti della «vecchia guardia», non si nasconda proprio la voglia di far saltare il tavolo e puntare dritto alle urne. Di fatto, la lettera inviata ieri ai militanti non potrà non lasciare strascichi velenosi dietro di sè. L’intervento di Matteo Renzi è arrivato al termine dell’ennesima giornata di polemiche sulla riforma del lavoro. Dopo lo scontro di sabato con Susanna Camusso, era stata proprio la Cgil a tornare all’attacco. In pieno stile renziano, a dire il vero: cioè con una serie di tweet lanciati in sequenza. «Basta insulti al sindacato: guardiamoci negli occhi e discutiamone» è stato uno dei tanti. Ma, al tempo stesso, la Camusso doveva incassare la rottura del fronte sindacale da parte di Raffaele Bonanni della Cisl. Che non solo plaudeva ai toni sprezzanti del premier, ma si dichiarava pronto a sedersi al tavolo del governo per discutere del superamento dell’articolo 18. Ma le noie peggiori per Renzi non arrivavano dal fronte confederale, bensì dal suo Partito Democratico. Dove la rivolta dell’ala sinistra su un tema considerato tabù non accennava a placarsi. Al punto che era stato proprio un ex «giovane turco», il presidente dell’assemblea democratica Matteo Orfini, a tentare di mettere un argine alle polemiche della minoranza. «Chi ha perso il congresso deve lavorare all’unità del partito, non all’unità della minoranza» ha detto Orfini, «nei congressi è lecito darsele di santa ragione ma bisogna finire quando qualcuno vince e qualcuno perde. Io ho perso e il giorno dopo ho detto che dovevamo aiutare Renzi a fare il segretario». L’appello del presidente è rimasto però inascoltato. «Il premier è un leader che compie azioni sia di destra sia di sinistra. E quello che vuol fare sul lavoro non è dentro il profilo di un partito che appartiene al socialismo europeo» ha attaccato l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano. «Con i vaffa non si governa», ha rincarato la dose il presidente della Commissione Bilancio Francesco Boccia, «su un tema delicato come il lavoro confrontiamoci e troviamo una posizione condivisa». Non ha saltato un giro neanche il leader di Sel Nichi Vendola: «Caro Matteo, ti accingi a realizzare il più grande sogno della destra politica ed economica: abbattere tutte le regole che danno dignità e diritti a chi è nel mondo del lavoro» ha detto il governatore pugliese, «Per questo noi saremo ostinatamente e fortemente contrari a questa controriforma». E così, mentre le diplomazie di Pd e della Cgil si mettevano in moto per organizzare un incontro tra Renzi e Camusso dopo il 29 settembre ed evitare lo scontro totale, il premier ha deciso di non aspettare la direzione di partito per mettere in chiaro le cose sulla riforma del lavoro. E ha scritto la durissima lettera agli iscritti. Nella quale, dopo un lungo stralcio incentrato sulle buone intenzioni, è arrivato il veleno nei confronti della vecchia guardia. «Anche nel nostro partito c’è chi vuole cogliere la palla al balzo per tornare agli scontri ideologici e magari riportare il Pd del 25%. Noi no. Noi siamo qui per cambiare l’Italia e non accetteremo mai di fare le foglie di fico alla vecchia guardia che a volte ritorna. O almeno ci prova». L’accenno, per niente velato, è alla percentuale che Pier Luigi Bersani conquistò alle Politiche del 2013 e che non gli bastò per ottenere la poltrona di Palazzo Chigi. Un attacco pesante, che probabilmente ha disorientato la stessa ala sinistra del partito, incapace di reagire nell’immediato. Ma che qualcosa covi sotto le ceneri è ormai acclarato. C’è chi immagina un’operazione di Palazzo per seppellire il premier e dare vita a un governo tecnico con alla guida il governatore di Bankitalia Ignazio Visco. Chi si limita semplicemente a ritenere inevitabile la scissione. Tra domani e martedì alla Camera ci sarà la riunione dei dissidenti, da Fassina a Civati, Bindi e D’Attorre. La lettera di Renzi non ha certo creato le premesse favorevoli a una riconciliazione.
Renzi contro Bersani Pd sull’orlo del divorzio
La riforma del lavoro fa riesplodere le ruggini. Il premier attacca "vecchia guardia" e sindacati
