«Guardi, sto tremando tutto, non per l’indagine, ma per l’aria condizionata che c’è in macchina, fa un freddo...», e segue una sana risata. Raggiunto al telefono da Il Tempo, Tiziano Renzi, padre del premier Matteo, reagisce con sarcasmo alla notizia dell’avviso di garanzia per bancarotta fraudolenta che la procura di Genova gli ha fatto recapitare nei giorni scorsi in concomitanza con la richiesta di proroga delle indagini. Reagisce più o meno come aveva fatto il presidente del Consiglio di fronte alle proteste dell’Associazione nazionale magistrati per il «taglio» delle ferie delle toghe: «Brr, che paura». Non è preoccupato, dunque, il papà del premier, che anzi spiega: «Non ho ancora nominato un avvocato. Dopo 45 anni di attività professionale ricevo per la prima volta nella mia vita un avviso di garanzia. I fatti si riferiscono al fallimento nel novembre 2013 di una azienda che io ho venduto nell’ottobre 2010. Sono certo che le indagini faranno chiarezza. Per evitare strumentalizzazioni mi sono dimesso da segretario del Pd di Rignano sull’Arno». Le accuse contestate a Renzi padre dal pm genovese Marco Ayroldi, e seguite anche dal procuratore aggiunto, Nicola Piacente, riguardano il fallimento, nel 2013, della società di distribuzione di giornali e campagna pubblicitarie «Chil srl», e più esattamente passaggi sospetti dei rami d’impresa e uscite ingiustificate di denaro notate dal curatore fallimentare e comunicate alla procura. Il nome della società Chil salta fuori già nei mesi precedenti, quando emerge – lo scrive «Il Fatto quotidiano» – che lo stesso Matteo Renzi, poco prima di candidarsi alla presidenza della Provincia di Firenze, risulta essere un dipendente della stessa società. Più precisamente un dirigente al quale, messosi in aspettativa dopo quella vittoria elettorale, i contributi glieli pagano, in sostanza, gli italiani. La Chil viene creata dal padre di Matteo e intestata al figlio e alla sorella per cinque anni, fino al 2004. Due anni dopo Renzi padre vende il suo 50 per cento alle figlie Matilde e Benedetta e Chil arriva a fatturare 7 milioni di euro nel 2007. Poi cambia nome in «Chil Post Srl» e nell’ottobre del 2010 cede il suo ramo d’azienda a un’altra società della famiglia, la «Eventi 6 Srl». La vecchia Chil, che ormai esiste solo sulla carta, finisce a un imprenditore e poi fallisce, mentre la «Eventi 6» nel 2011 arriva a fatturare 4 milioni di euro. Ma per capire anche la genesi delle società che oggi procura seri guai giudiziari al padre del premier, occorre fare un passo indietro, fino al 2003, anno in cui Tiziano Renzi mette piede a Genova. Due anni dopo la Chil decide di abbandonare una delle due sedi nel centro di Genova, ma la società che detiene l’immobile denuncia le pessime condizioni in cui lo trova: impianti elettrici distrutti, controsoffitti pericolanti e soprattutto tre mesi di affitto non pagati. Non solo. Sempre secondo il denunciante, il padre del premier tiene per sé anche parte dell’arredamento e le barriere divisorie. Inevitabile finire in tribunale. In primo grado il giudice dà ragione a Tiziano Renzi, in appello, però, la sentenza riconosce che in effetti la Chil si è appropriata anche di roba non sua e stabilisce che ci sono da pagare ottomila euro. Ma, come rivelato anche dal procuratore fallimentare, Maurizio Civardi, la Chil lascia senza un soldo tutti i suoi creditori, prima di essere dichiarata fallita nel 2013. Anche se, in realtà, già nel 2011 la sede esisteva solo formalmente, essendo già stata svuotata e abbandonata.
E il padre di Matteo finisce «avvisato»
La procura di Genova gli contesta il reato di bancarotta fraudolenta «Sto tremando tutto... ma per l’aria condizionata che ho in macchina»
