E siamo alla dodicesima fumata nera. Stamattina si proverà la tredicesima ma Forza Italia sembrerebbe pronta a cambiare i cavalli in corsa. Insomma, di far ritirare Donato Bruno ma provocando anche la caduta della candidatura di Luciano Violante, che co ntinua ad essere inviso a parte dei forzisti e del loro elettorato che lo ricorda ancora come il capo delle toghe rosse, oppure come il presidente della commissione Antimafia che condannò pesantemente Dc e Psi sul finire della Prima repubblica. E non servono a nulla le parole del presidente della Repubblica: «Il succedersi senza risultati conclusivi solleva gravi interrogativi. Che si siano verificati nel passato analoghi infelici precedenti, nulla toglie a tale gravità». A questo punto appare sempre più chiaro che il problema non sono le persone o i candidati. Anzi. Questo poteva valere soltanto per il primo candidato di Forza Italia, Antonio Catricalà, a cui sono mancati subito oltre cento voti mentre dalle urne venivano fuori altrettante per Bruno. Un messaggio chiaro interno: basta con i tecnici e i burocrati, avanti con i politici. Ma nemmeno una coppia di due politici, Violante e Bruno appunto, è passata al vaglio parlamentare. Già circola una nuova coppia, quella di Augusto Barbera (Pd, si è schierato da subito con Renzi e il premier non l’ha dimenticato) e Niccolò Zanon, in uscita dal Csm. Oppure in sua vece si parla anche di Maurizio Paniz, ma dopo la difesa del Cavaliere a spada tratta sul caso Ruby (fece votare al Parlamento che in pratica credeva alla versione della marocchina nipote del presidente egiziano Mubarack) è ben difficile che rischia a passare visto che sono necessari anche i voti dei Pd. Ma il problema, oramai è chiaro, non sono i nomi. Perché di mira a questo punto c’è anzitutto un patto. Anzi, il Patto del Nazareno. L’intesa tra Renzi e Berlusconi. Entrambi leader hanno seri problemi con i loro stessi partiti. Il premier ha messo in allarme i suoi oltremodo quando alla Camera ieri è arrivato a minacciare il voto se non passeranno le riforme. E nei suoi gruppi, sia alla Camera che al Senato c’è una maggioranza bersaniana, non c’è alcuna voglia di andare a votare ad appena un anno e mezzo dalle ultime urne. In tanti sanno perfettamente che non avrebbero alcuna possibilità di essere eletti visto che è troppo forte la tentazione per Matteo di farsi dei gruppi parlamentari a sua immagine e somiglianza. E poi quali riforme? Se quella del lavoro ha buone possibilità di andare in porto al Senato, dove la commissione competente è presieduta da Maurizio Sacconi, di Ncd. Alla Camera tanto per cominciare è guidata dal democratico Cesare Damiano, il quale non ha ancora digerito la modifica all’articolo 18 fatta con la legge Fornero due anni fa: figuriamoci di rimetterci le mani adesso. Ma in generale il gruppo Pd in commissione Lavoro a Montecitorio è quasi completamente bersaniana. Il finale dell’estate è stato caratterizzato dalle battute salaci proprio dell’ex segretario («Io non sono capace di dire che l’asino vola», riferito evidentemente alle promesse esagerate di Renzi) e soprattutto da un rinnovato attivismo di Massimo D’Alema ancora arrabbiato per l’esclusione alla candidatura come "ministro degli Esteri" della commissione europea a vantaggio di Federica Mogherini. Berlusconi invece ha un’opposizione interna, guidata da Raffaele Fitto, ma molto più vasta di quello che esplicitamente appare. La critica che gli viene rivolta è la totale assuefazione al governo Renzi proprio nel momento in cui proprio il premier appare in difficoltà, in caduta nei sondaggi, con una valanga di dati negativi sul fronte economico e con una situazione che andrà peggiorando visto che il capo del governo sarà da qui a breve a fare una serie di tagli. Insomma, i franci tiratori sono in agguato. E si vede.
In Parlamento le faide trasversali. Anche Napolitano non basta più
Dodicesima fumata nera. Stamattina si proverà la tredicesima ma Forza Italia sembrerebbe pronta a cambiare i cavalli in corsa
