Nel mondo fatato delle giuste cause, capita anche che scoppi una gazzarra tra buoni. E allora è il trionfo dell’arte, intesa come ossimoro tra limpidezza delle migliori intenzioni e crudezza dello scontro al veleno. Così accade che Sabina Guzzanti, poliedrica donna di spettacolo «engagè» de sinistra, e Giancarlo Caselli, già procuratore capo a Palermo negli anni ‘90, si prendono a lettere in faccia. Il prologo è una scena del docu-film «La Trattativa», realizzato dalla Guzzanti presentato a Venezia. Tema, intuibile, il presunto negoziato tra Stato e Antistato per mettere fine allo stragismo mafioso. Nella clip incriminata, proposta anche alla festa del Fatto Quotidiano, Caselli si fa convincere dai Ros a non perquisire immediatamente il covo di Totò Riina, appena catturato. Attendere e sorvegliare il luogo avrebbe potuto permettere l’individuazione e l’arresto di altri boss. Salvo che, come racconta il film, quella sorveglianza fu smontata poco dopo. Caselli non esce benissimo dal film. A dirla tutta non fa proprio la figura del perspicace e perciò scrive al Fatto una lettera ricordando che certe cose non possono essere raccontate con «tecnica da cabaret». Ciò, spiega, è «offensivo e non può cancellare né far dimenticare gli importanti positivi risultati ottenuti in quei 7 anni di duro e pericoloso lavoro». Stesso tenore anche in una lettera dell’ex magistrato al Corriere. Ieri si è materializzata la controparte, ovviamente dalle colonne del Fatto. Sabina sguaina il fioretto: «Nel corso della mia lunga carriera, non ho fatto che ricevere lezioni non richieste su cosa sia la "vera satira" e i suoi presunti limiti». Caselli come un Berlusconi qualunque, insomma. E arriva, meno male, Marco Travaglio, che partendo dalla prima pagina getta acqua sul fuoco. «Il film La Trattativa – scrive Onu/Travaglio - ha il merito di raccontare per la prima volta quel che accadde e continua ad accadere in Italia fra Stato e mafia. Caselli e quelli come lui non hanno nulla da temere, perché sono sempre stati dalla parte giusta». Anticamente, il botta e risposta era un genere letterario. Dante Alighieri e Forese Donati, in un crescendo di stoccate rimaste ai posteri, finirono per darsi a vicenda dell’usuraio e del ladro. Questo non accadrà, non è roba da buoni. Ma nell’intricata ricostruzione della presunta trattativa Stato-mafia tutto serviva fuorchè l’accapiglio sulla scena di un film.
Sulla mafia non c’è «trattativa» tra Caselli e la Guzzanti
Pietro De Leo Nel mondo fatato delle giuste cause, capita anche che scoppi una gazzarra tra buoni. E allora è il trionfo dell’arte, intesa come ossimoro tra limpidezza delle migliori intenzioni e...
