Politica

Ora pure i giovani si uccidono per la crisi

Aumento del 12% di quelli che si tolgono la vita. Molti di loro hanno perso il lavoro I più colpiti nella fascia tra 25 e 64 anni. E Salvini (Lega) twitta l’ultimo dramma

Si calcola il decremento della ricchezza, il calo del prodotto interno lordo e la riduzione dei posti di lavoro. Un conto salatissimo quello pagato dal sistema Italia negli ultimi anni. Ma c’è un altro costo, occulto, ma non meno pesante in termini sociali, e cioè il numero di chi costretto dalla crisi economica decide di togliersi la vita. Una scelta che in buona misura è determinata sempre più spesso dalla recessione che spinge verso la povertà i rappresentanti delle classi medie. Quelle composte da piccoli imprenditori e impiegati che finora non erano mai state toccate in maniera così devastante dal rischio di perdere un relativo benessere. Così, nonostante una lieve diminuzione negli ultimi mesi, è comunque aumentato il numero dei suicidi rispetto al periodo «pre-crisi economica». Nel 2006-2007 erano circa 3600 l’anno, oggi circa 4000, con un aumento del 12% in particolare tra i maschi nella fascia 25-64 anni. Sta in questo dato il segnale della maggiore relazione della normale casistica con gli effetti della recessione. La crisi ha innescato un aumento proprio in età lavorativa, con una diminuzione emblematica di suicidi oltre i 70 anni, fascia che notoriamente era più a rischio. I dati più freschi in materia arrivano dall’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità secondo i quali circa 8 persone, ogni giorno in Italia, si tolgono la vita. Non è solo la situazione di disagio economico a colpire. Insomma non c’è un rapporto diretto tra chi perde lavoro e chi si uccide, ma questa situazione di disagio contribuisce notevolmente. Prova ne è anche il fatto che nel Meridione l’incidenza è più bassa di oltre la metà rispetto alle zone più industrializzate. Nelle zone a più alta vocazione occupazionale, infatti, la perdita del posto è più destabilizzante. Nel Nord Est si è registrata, infatti, un’impennata, per via della grande chiusura di aziende e della distruzione di posti. Molti insomma non ce la fanno a sopportare lo stato di prostrazione e di depressione conseguente alla perdita dello status di lavoro o per la chiusura dell’attività imprenditoriale che garantiva alla famiglia il sostentamento. Senza una rete di protezione adeguata alla nuova realtà economica, che distrugge posti e speranze nel futuro, scatta solo la rassegnazione e la voglia di fuggire. Ma non sono solo i giovani a farlo. Giusto ieri un twitter del segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, ha portato alla luce una di quelle storie che spesso restano confinate nelle brevi della cronaca. A Lecco, ha scritto Salvini, un pensionato di 70 anni, sfrattato dalla sua abitazione, si è suicidato. Non sapeva dove andare ha aggiunto il segretario della Lega Nord che poi chiosato: «Per gli immigrati, l’albergo e i pasti sono garantiti». Una frase a effetto utilizzata per portare all’attenzione con toni duri la realtà delle città italiane. Un fenomeno che si contrasta non con la demagogia, ma con nuove reti per accompagnare il disagio. Da creare presto.

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