Politica

IL PREMIER E LE TELEFONATE

Per porre rimedio a questo schifo occorre solo una norma. Una sola. Il codice prevede che la richiesta di intercettare un telefono sia motivata dal pubblico ministero e «motivatamente» accolta dal...

Per porre rimedio a questo schifo occorre solo una norma. Una sola. Il codice prevede che la richiesta di intercettare un telefono sia motivata dal pubblico ministero e «motivatamente» accolta dal giudice per le indagini preliminari (dunque si presuppone una eccezionalità dell’ascolto di conversazioni private, che esige provvedimenti motivati). Non solo. Ordinariamente, la durata dell’intercettazione non può superare i 15 giorni, ma il termine può essere prorogato di 15 giorni in 15 giorni, sempre con richiesta «motivata» e provvedimento «motivato». Di fatto – come i magistrati e i giornalisti sanno bene – il più delle volte le richieste e i provvedimenti di proroga sono motivati in modo stereotipo (e già qui si potrebbe/dovrebbe intervenire con norme più stringenti sull’obbligo sostanziale, e non solo formale, di «motivazione»). Le intercettazioni così raccolte devono essere subito depositate nelle cancellerie dei Gip, rese note alle parti ed oggetto della famosa «udienza di stralcio» nel corso della quale, sentite le parti, il giudice trascrive le intercettazioni utili, e dispone la distruzione di quelle non pertinenti. Sempre il codice prevede che quando vi siano esigenze di riservatezza delle indagini, il deposito delle intercettazioni possa essere prorogato «alla conclusione delle indagini». Quest’eccezione, come vedremo, è diventata la «regola». Il nostro amico magistrato ci ricorda anche come non si possa andare oltre la conclusione delle indagini, con la conseguenza che la «udienza di stralcio» deve (o meglio, dovrebbe) essere comunque celebrata «prima della notifica alle parti dell’avviso di deposito degli atti di indagine ai sensi dell’articolo 415 bis cpp». Per dirla più semplicemente, prima della diffusione degli atti alle parti che di lì a poco diventano pubblici e pubblicabili. Senonché, caro signor primo ministro, il termine di celebrazione «immediatamente susseguente al deposito delle intercettazioni dell’udienza di stralcio» è – come si usa dire quando ti devono fregare – «ordinatorio e non perentorio». Ciò vuol dire che il suo mancato rispetto non è processualmente sanzionato. Questa mancata sanzione - continua il nostro magistrato - ha comportato che tanti suoi colleghi hanno ritenuto di fregarsene di quel termine, anche solo per faticare di meno, progressivamente spostando la celebrazione della «udienza stralcio» prima all’interno della udienza preliminare, e poi addirittura (ormai è la regola) al «dibattimento», con la conseguenza che tutta la schifezza intercettata circola liberamente per anni, e quando finalmente un giudice deciderà di stralciare lo schifo dal materiale probatorio davvero utile o necessario, sarà troppo tardi. Quindi, caro Renzi, anziché impelagarsi in soluzioni che non andranno bene all’Associazione nazionale magistrati oppure a Forza Italia, segua il consiglio del Nostro: sanzioni con la «inutilizzabilità» delle intercettazioni la mancata celebrazione dell’udienza di stralcio prima della «chiusura inchiesta», nota come «415 bis». Questa sanzione costringerebbe il gip a celebrare lo stralcio delle intercettazioni prima della discovery degli atti, e distruggere le telefonate non utili al processo. Di conseguenza precluderebbe la pubblicabilità – che è quello che interessa alla gente comune - o comunque renderebbe legittime sanzioni anche gravissime in caso di pubblicazione delle intercettazioni stralciate. «Tutto il resto sono chiacchiere a vuoto» chiosa il magistrato amico. Signor primo ministro, ci dia retta. Segua questo consiglio semplice e indolore. E lo faccia presto, per il bene dell’Italia e perché prima o poi, a lei o a chi per lei, capiterà di rileggere sul giornale quanto raccontato al telefono. E non sarà una lettura piacevole.

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