Nell'epoca della comunicazione via twitter, che spesso porta persino il capo del governo a semplificare i concetti più complessi, banalizzando la portata e la gravità dei problemi, da ieri impazza l'equazione secondo cui la deflazione che oggi colpisce l'Italia è al livello di quella registrata nel 1959. Il parallelo è concettualmente negativo, ma è sbagliato interpretarlo così. Perché c'è una differenza fondamentale: quella attuale è deflazione cattiva, la fotografia di un Paese in grandissima crisi, segnale del drammatico disagio vissuto dalle famiglie, quella del 1959 era, invece, deflazione buona. Ne avessimo oggi solo una piccola percentuale di quella deflazione. Essa segnò l'inizio di quattro anni di crescita vertiginosa dell'economia italiana, che si sarebbe arrestata soltanto nel 1963. Non senza alcuni squilibri, ma con un risultato sensazionale: l'Italia entrata nel novero dei sette Paesi più industrialmente sviluppati del mondo. «Il livello di efficienza e prosperità del potenziale produttivo dell'Italia - scriveva il Daily Mail - costituisce uno dei miracoli economici del continente europeo». Era il 25 maggio 1959 e veniva così simbolicamente proclamata una svolta nella storia del nostro paese: dopo la fase della ricostruzione postbellica (1946-48) e il decennio dell'accumulazione di capitale (1948-58) gli italiani conoscevano il benessere e il consumismo, la forza delle esportazioni, il fiorire della piccola impresa, le trasmigrazioni dal sud al nord, approdando al neocapitalismo. Si trattava appunto del boom, detto più familiarmente «miracolo economico». In un paese stremato dalla seconda guerra mondiale facevano ritorno modernità e ricchezza. Di anno in anno migliorava il tenore di vita, la maggioranza dei cittadini aveva il necessario, l'utile e talvolta persino il superfluo. Si concretizzava il «grande balzo in avanti» dell'industria, con il consolidamento di gruppi come Fiat, Eni, Olivetti, Pirelli, Falck, Italsider, Snia, Montecatini, Edison, Borletti. Cifre impressionanti: dal 1955 al 1958 il reddito nazionale era aumentato in media del 7,5 per cento all'anno, l'industria privata marciava al ritmo del 6,8 per cento, i titoli di Stato rendevano attorno al 5,5 per cento. Si triplicò il numero di automobili in circolazione: da 1.392.525 nel 1958 a 3.912. 597 nel 1963. In rapporto al numero di abitanti si passò da un'auto ogni 24 italiani a una ogni 11 italiani. Girava più denaro, gli aumenti dei salari, fra il 1959 e il 1963, sfiorarono il 5-6 per cento. Ma ciò che più contava, il vero significato del boom, anche a confronto con le drammatiche ristrettezze dell'attuale crisi, era la ricaduta sui consumi privati: nel quadriennio del miracolo, le famiglie in possesso d'un frigorifero passarono dal 13 al 55 per cento, quelle provviste di apparecchi televisivi dal 12 al 49 per cento. Il leader comunista Giorgio Amendola avvertiva: «Non ci faremo incantare dalla civiltà dei frigoriferi e dei televisori». La solita sinistra, sempre pronta a ingessare il progresso. Quattro anni, dunque, memorabili. Chi di noi non ci metterebbe la firma, viste le drammatiche e deprimenti situazioni in cui ci dibattiamo oggi. Ecco perché porre sullo stesso piano la deflazione del 1959 con quella del 2014 è alquanto improprio. Dalla prima venne fuori un periodo di crescita e sviluppo, da quella attuale sono derivate stagnazione economica, povertà più diffusa, stasi della produzione industriale, con milioni di disoccupati. Certo, le dinamiche economiche seguono fasi alterne, come i corsi e ricorsi storici, e fu così anche per il boom italiano. Nel 1963 i cancelli dell'eden si chiusero. Una data simbolica: il 31 maggio Guido Carli, nuovo governatore della Banca d'Italia, nella relazione annuale invitò a porre un freno alla spesa pubblica, limitare il credito, contenere i salari. L'Italia rimetteva i piedi a terra, ma era più ricca, più moderna, più fiduciosa nel futuro, seppure con immancabili contraddizioni. De Sica, nel '63, fotografò la nuova situazione con un film, protagonista Alberto Sordi, uomo del boom in improvvisa difficoltà, pronto a vendersi un occhio.
Indietro tutta, torniamo al ’59. Ma allora ripartimmo col boom
