Troppa demagogia nel taglio dei permessi sindacali. «Già fortemente ridotti da anni» dice a Il Tempo , il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti che, dopo quattordici anni alla guida dell’organizzazione, ha deciso di fare un passo indietro non candidandosi: «Per 14 anni ho portato la croce dei problemi. Sono stato il punto terminale di ogni vertenza. Ogni volta che c’era un problema da risolvere mi hanno chiamato». Comunque vada è finita la pacchia per il sindacato italiano. «La pacchia è finita molti anni fa. Esattamente negli anni ’90. Già allora i benefici accordati alle organizzazioni dei lavoratori furono drasticamente ridotti. Anche con il governo Berlusconi subimmo un taglio importante. Quindi il presunto privilegio è finito da tempo per noi». La solita storia delle vittime del sistema? Eppure i benefici li avete presi ora pagate. «Sì. Avremmo però gradito un analogo rigore anche sui costi della politica. La Uil presentò un dossier sul prezzo pagato dai cittadini ai 144 mila eletti del Paese. Renzi ci disse: "Il rapporto è buono. Ma cominci prima il sindacato". Noi abbiamo accettato la riduzione dei permessi e dei distacchi. Sui politici sono rimaste le promesse». Non avete protestato più di tanto per la misura. Anche per voi dunque, alla fine, la considerate giusta? «Inutile protestare contro la demagogia. Hanno spacciato il taglio del 50% dei distacchi come la riforma della pubblica amministrazione. Invece alcune norme sono passate con un decreto, altre messe in un disegno di legge. Questa divisione abbassa l’efficacia della revisione dei meccanismi del pubblico impiego. Può essere spacciato il cambiamento con il ritorno al lavoro di 1500 sindacalisti?» Almeno i risparmi ci saranno? Quelli sono incontestabili. «Attenzione chi rientra oltre alla retribuzione che percepiva avrà diritto al salario accessorio legato alla presenza. Soldi in più spesi dallo Stato». Eppure la sensazione che i sindacalisti siano dei privilegiati, specialmente nel settore pubblico, è ancora radicata nell’opinione pubblica «C’è. Ma è errata. Valeva forse una ventina di anni fa, quando le confederazioni sindacali partecipavano al processo decisionale della politica. C’era condivisione del potere e anche dei benefit». Vuol sostenere la tesi che non contate più nulla. Anche questa non sembra sostenibile. O no? «Ricordo che i sindacati italiani sono usciti, unici in Europa, dai cda degli enti previdenziali. Non gestiamo la formazione professionale. Cosa naturale negli altri Paesi europei. Siamo una casta al contrario, i «paria» in Europa». Torniamo al taglio dei permessi nel pubblico impiego. Finora chi lavorava nei vostri uffici li pagava lo Stato. Ora che fate li pagate voi? «Semplice, taglieremo anche noi. Conteremo su più volontariato e sul tempo libero dei dipendenti», Sindacato povero dunque. Eppure le vostre strutture collaterali come i Caf di soldi ne guadagnano. «Con i loro incassi sono pagate le strutture e i servizi. I ricavi coprono i costi. E non resta più nulla». Lei è al comando della Uil da 14 anni. Non le sembra un’eternità. Possibile che non ci sia stato nessuno che abbia reclamato il suo posto dal 2000? «Per le logiche del sindacato che hanno ancora una base organizzata è un tempo congruo. Non abbiamo seguito l’esempio dei partiti che oggi costruiscono il consenso nei salotti televisivi. Il segretario è l’espressione di un’organizzazione che parte dall’iscritto e passa dal delegato fino ai vertici. La velocità di cambiamento come si vede nei partiti da noi non è concepibile perché c’è una struttura che ha i suoi tempi. In ogni caso io taglio la testa al toro perché al prossimo congresso non mi ricandido». Un mandato comunque simile a quello di un Papa «Diciamo che per 14 anni è come se avessi portato una croce. Essere segretario sottopone a uno sforzo psicofisico non indifferente». Anche questa è una tesi che cozza con il sentire comune. Molti vedono nei vertici sindacali dei fannulloni di alto livello? «Per 14 anni sono andato in giro per il Paese a incontrare persone e a fare telefonate per risolvere i loro problemi. In qualunque vertenza, e se ne sono aperte e continuano ad aprirsene una al giorno, c’è qualcuno che mi ha chiamato per sapere come comportarsi. Non è facile, lo assicuro». Lascia il comando ma cosa farà? «Mi metterò a studiare materie che attengono il sindacato. Oggi serve produrre idee. Per gestire il mondo che sta per cambiare non basta sapere cosa è accaduto ma trovare soluzioni alternative. E oggi le ricette che si usano sono solo importate». Sta tracciando la strada per un sindacato più moderno? «Penso semplicemente che bisogna unire la gestione degli interessi dei lavoratori con la trasformazione del sindacato in un laboratorio di idee per provare a cambiare il mondo. Per questo la Uil aprirà presto un centro studi a Roma». Ultima domanda chiude il cerchio. Ma lei ha goduto del distacco sindacale? «Quando ho cominciato a fare attività per i lavoratori ero tecnico in un’azienda aeronautica. Ho avuto il distacco. Ma siccome era un’azienda privata era pagato dalla mia organizzazione».
Angeletti (Uil): «Ma quale pacchia e privilegi. Per 14 anni ho portato la croce»
