Politica

Sirene inascoltate e nuovi incubi

di Pio Pompa, Ex analista dei Servizi Segreti Militari

Fino a pochi mesi fa parlare dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis) sembrava un esercizio fra specialisti di terrorismo. Avvertivi tutta la forza di un isolamento che peggiorava se insistevi nello spiegare che il capo di Isis, Abubakr al-Baghdadi, era in rotta di collisione con Al Qaeda e il suo leader Ayman al-Zawahiri considerati ormai obsoleti dallo Stato Islamico e dalle nuove generazioni di jihaidisti. L’inversione di rotta, sia in Europa che negli Stati Uniti, sino ad allora quasi infastiditi dalle informative di intelligence sulla estrema minaccia rappresentata da Isis, si è avuta, come sempre accade, con i genocidi perpetrati in Siria e in Iraq dai mujiaiddin provenienti da ogni parte del mondo, sedotti dalle gesta di al-Baghdadi e dalla prospettiva concreta di poter realizzare il sogno di una vita: quello di un Califfato posto nel cuore del Medio Oriente da cui lanciare la sfida all’Occidente e ai nemici di sempre: Israele e gli Usa colpendoli insieme ai loro alleati, Italia inclusa. E pure quella di Isis è una storia semplice maturata di pari passo con la sciagurata scelta di abbassare la guardia nei confronti del terrorismo islamico e della sua capacità di rigenerarsi andando a pescare proseliti soprattutto nei paesi europei e in America. Un Occidente invaghitosi dell’idea obamiana del dialogo che si alimentava del convincimento secondo il quale i convertiti all’Islam e gli immigrati di seconda e terza generazione non costituissero più un pericolo. Poi il risveglio crudele dello sgozzamento e decapitazione del reporter statunitense affidata al boia britannico calato nella divisa nera, del tutto identica a quelle degli assassini di Hamas che hanno giustiziato, davanti la moschea centrale di Gaza, sette palestinesi ritenuti informatori dei servizi segreti israeliani. Da Isis ad Hamas, da Boko Haram a al-Shabaab somali (gli stessi che ieri hanno decapaitato un cristiano in Kenia) questo è il vero volto del terrorismo islamico e delle jihad che ora ci sgomentano: «Siamo tra voi» ha twittato lo Stato Islamico. E di fatti a migliaia sono subito partiti dall’Europa (e dall’Italia) per combattere in Siria e in Iraq. Dalle sole Gran Bretagna e Francia un esercito di almeno 3.400 mujaheddin cui si sono aggiunte oltre 330 giovani jihadiste, a centinaia dagli Stati Uniti, almeno 65 dall’Italia. Da qui la sensazione dell’accerchiamento, covato negli ultimi otto anni, nonostante i ripetuti e dettagliati report dei Servizi rimasti inascoltati soprattutto in Europa, e l’urgenza di una reazione militare e di intelligence di vasta portata in grado di condurci fuori da quell’isolamento che ha consentito all’Isis di proliferare facendo sventolare la sua bandiera nera persino in alcune zone periferiche di capitali europee divenute ora per i jihadisti un obiettivo da colpire.

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