Lui con quel cognome un po’ così ci scherzava. Uno degli aneddoti che raccontava più volentieri era quello dell'appello in classe, a scuola. «Lamorte!». E lui «Presente!». E giù a ridere ed a tossire con la ennesima sigaretta fra le dita. Ma ci sarebbero stati tanti altri appelli della vita ai quali lui avrebbe sempre risposto «Presente». Lui, Donato, in effetti c'era sempre. magari in seconda fila. Ma c'era. Ai funerali del Maresciallo Graziani, la prima gigantesca manifestazione della destra nel dopoguerra, c'era. Nella difesa delle sezioni missine attaccate dagli attivisti di sinistra c'era. Non tanto per darle quanto per evitare di farle prendere. Ai Congressi nazionali, a gestirne lo svolgimento e, soprattutto, le conclusioni, quelle che in termini di numeri (voti e seggi) si traggono quando il grosso dei delegati e dei dirigenti se ne sta andando, lui c'era sempre. Fino all'ultimo minuto. C'era nella vita quotidiana del partito, il Movimento sociale italiano, la sua prima, grande ragione di vita. C'era quando doveva dare l'ok per un volantino od un manifesto. C'era quando arrivava qualche nuovo iscritto e lo soppesava con quel suo modo di fare sornione ma allo stesso tempo indagatore. Donato c'era sempre. Lui era la continuità, non solo quella organizzativa (per l'organizzazione del partito e delle manifestazioni grandi e piccole era davvero un portento) ma la continuità delle idee e dei valori nei quali era cresciuto. Ricordo che una volta, tornando dall'Eritrea, lo andai a trovare e gli parlai di Massaua. Gli occhi gli si arrossarono. Rimase in silenzio qualche attimo. E, poi, scrollandosi di dosso questa «debolezza», mi cominciò a elencare i nomi dei negozi, gli alimentari, il barbiere, il calzolaio, eccetera di quando lui, ragazzino, aveva vissuto lì. Non finiva più. Quando mi congedò mi disse: «Tu non sai quanto mi piacerebbe rivedere quel sole, quelle strade, quel mare, quella gente». Il suo sguardo era di una serena tristezza. Donato Lamorte era venuto fuori dalla sezione missina del Prenestino, uno dei quartieri più «rossi» di Roma. C'era, tra Porta Maggiore e piazzale Prenestino, un grande deposito dei mezzi pubblici dell'Atac che, politicamente parlando, era un accampamento di attivisti comunisti. Quando i missini provavano a fare qualcosa, un corteo, un po' di attacchinaggio, la vendita del «Secolo d'Italia», i comunisti uscivano dal deposito Atac con le spranghe di ferro in mano. E la «Celere» doveva intervenire. Questa era l'atmosfera di allora. Donato, con Alberto Pompei, Enrico Cannone, Ignazio Di Minica e altri, fra cui Vittorio Sbardella, era l'anima di quella sezione che, anche grazie a lui, arrivò ad avere oltre 500 iscritti. Un record. Lì, io ragazzino, lo conobbi. E mi colpì il suo equilibrio, la sua sobrietà, il suo senso di responsabilità, la sua misura. Amava come pochi la comunità missina. Per questo soffriva molto la frantumazione odierna della destra, le sue divisioni, le reciproche incomprensioni, le generali miopie. Donato se ne è andato 24 anni esatti dopo la scomparsa di Michele Marchio. Erano amici. Ed erano fedelissimi di Giorgio Almirante. Era il mondo dei comizi di piazza del Popolo. È ieri. Pare un secolo fa. Domani a Roma i funerali.
Scompare Donato Lamorte, una vita con il cuore a Destra
di Massimo MagliaroLui con quel cognome un po’ così ci scherzava. Uno degli aneddoti che raccontava più volentieri era quello dell'appello in classe, a scuola. «Lamorte!». E lui «Presente!». E giù...
