Politica

Giustizia, scuola, lavoro, contratti. Niente riforme. E il premier va in Iraq

Il termine dei cento giorni si è dilatato a mille, i decreti sono diventati leggi delega o linee guida

«Una riforma al mese partendo dall’emergenza lavoro, ma anche giustizia, fisco e grandi opere». Tutto doveva essere fatto in cento giorni poi la macchina delle promesse e degli annunci ha cominciato a perdere colpi, ad ingolfarsi e come i suoi predecessori, Matteo Renzi ha puntato il dito contro i nemici del fare, quei «gufi» che hanno il nome dei gran commis di Stato, dei burocrati ostili al cambiamento, degli alleati che non collaborano e dei ragionieri di Bruxelles. Risultato: il termine dei cento giorni per le riforme si è dilatato a mille, i decreti sono diventati leggi delega o linee guida con prospettive di operatività spostate avanti nel tempo. Cominciamo dalla riforma della giustizia. L’appuntamento è per venerdì 29 agosto quando il primo Consiglio dei ministri dopo la pausa estiva dovrebbe varare la riforma. Si parte dalla giustizia civile, ha ribadito ieri Renzi con un twitt prima di partire per una visita lampo in Iraq. Il testo del decreto legge ha avuto già il via libera del Capo dello Stato Giorgio Napolitano. Ma per la parte penale (falso in bilancio, intercettazioni, prescrizioni e su quella ordinamentale (la revisione del Consiglio superiore della magistratura) si è ancora in alto mare. Ci sono solo delle ipotesi e la maggioranza è divisa. Sul lavoro la partita è aperta nonostante l’annuncio di sei mesi fa: «a marzo sarà pronta». Del Jobs act è rimasto qualche brandello. Il decreto Poletti si occupa solo della semplificazione delle disposizioni dei contratti a termine, dell’apprendistato e dei contratti di solidarietà. Resta in sospesa la questione degli ammortizzatori sociali e dei contratti di inserimento a tutele progressive oltre alla giungla delle varie forme contrattuali, oltre 40. Per questi temi c’è una delega governativa che ora è all’esame della Camera. Dovrà essere approvata entro la fine dell’anno e poi spetterà ai decreti legislativi dare contenuti a questi titoli e stabilire le modalità di applicazione. Ncd vorrebbe riaprire la questione dell’articolo 18 ma il Pd ha fatto fuoco di sbarramento. Per l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano la normativa sul contratto d’inserimento «non deve rimettere in discussione l’art.18». Il decreto Poletti non è l’attuazione del Jobs act e come tale non dà quella scossa al mercato del lavoro che Renzi aveva annunciato. Non a caso nel Def si prevede un aumento della disoccupazione. La riforma della pubblica amministrazione è stata fatta a metà. È stato approvato il decreto legge che ripropone norme vecchie come la mobilità volontaria e quella obbligatoria mentre la semplificazione con il dimensionamento degli uffici pubblici e il taglio del numero delle Prefetture è affidato a un disegno di legge delega. Questo significa che spetta ai decreti legislativi indicare come queste misure vanno applicate. Il ministro della Funzione pubblica aveva annunciato che il decreto avrebbe portato a 15 mila nuove assunzioni nella pubblica amministrazione, poi Renzi aveva parlato di 20mila unità in più che successivamente, in un’altra conferenza stampa erano lievitate a 30mila per poi scoprire che forse i nuovi ingressi saranno spalmati nei prossimi tre anni. Altro annuncio rimasto tale è quello sul rinnovo dei contratti degli statali. Quello nazionale è fermo dal 2010. Non solo. Sono bloccati anche i salari individuali. Vuol dire che chi ha un avanzamento di carriera ha un inquadramento solo normativo ma senza l’adeguamento salariale. In attesa di essere sciolto è il nodo del pensionamento di quegli insegnanti che hanno maturato il diritto a lasciare il lavoro al 31 agosto 2012 ma per un errore della legge Fornero che ha confuso l’anno scolastico con l’anno solare, sono rimasti bloccati. Renzi ha annunciato che nel prossimo Consiglio dei ministri saranno esaminate le «linee guida» sulla scuola. Va verificato se tali linee, che non hanno la forma di un disegno di legge e tantomeno di un decreto, conterranno anche una soluzione per gli insegnanti. Altro cantiere aperto è quello del pagamento dei debiti della pubblica amministrazione. In una delle slide di presentazione del programa del governo, Renzi promette «lo sblocco immediato e totale». Poi a marzo, ospite da Vespa, il premier lancia la sfida: «Il 21 settembre, a San Matteo, se non abbiamo sbloccato tutti i debiti della P.A., lei va in pellegrinaggio a piedi da Firenze a Monte Senario». Ma sul Def il traguardo è spostato a ottobre». Nella politica degli annunci interviene il sottosegretario Delrio che prima promette il pagamento del grosso dei debiti nei primi tre mesi del 2015, poi ci ripensa e per tranquillizzare Bruxelles assicura: «pagheremo tutto entro il 2014». Al palo anche la riforma elettorale. A dicembre scorso, durante la presentazione dell’ultimo libro di Vespa il premier annunciava: «Se arriviamo al 25 maggio senza aver fatto la legge elettorale non andiamo da nessuna parte». Ora l’Italicum sarà affrontato a settembre.

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