Una notizia grave, che lascia l’amaro in bocca e fa riflettere. Raccontata con dovizia di dettagli dal nostro quotidiano, ma relegata in quindicesima pagina o, addirittura, omessa dai principali giornali dell’universo progressista. Non si placa la polemica sulla conferenza stampa organizzata dalla deputata grillina Stefania Ascari, durante la quale Abu Safiya - figlio del medico palestinese Hussam Abu arrestato con l’accusa di avere contatti con Hamas - in un sermone in arabo ha chiamato in causa persino la figlia di Giorgia Meloni. Un gesto spregevole, che però non è stato minimamente stigmatizzato dalla sinistra. Anzi.
Brahim Baya, predicatore musulmano di Torino, ha scritto un lungo post, nel quale rivendica quelle parole. E punta il dito contro chi, come il nostro giornale, ha osato criticare quell’uscita a dir poco infelice. «Elyas Abu Safiya si è rivolto a Giorgia Meloni facendo leva su un sentimento comprensibile a chiunque: l’amore tra genitori e figli. Come lei ama sua figlia e desidera vederla ogni giorno, lui sente la mancanza di suo padre. Il richiamo alle Convenzioni di Ginevra aveva un significato preciso: ricordare la protezione dovuta ai medici, anche durante una guerra. Dove sarebbero l’offesa e la minaccia?». Ovviamente Baya ha continuato la sua paternale puntando il dito contro Israele, colpevole di tutti i male del mondo. Senza dimenticare poi la difesa aprioristica del padre di Safiya, descritto come una sorta di martire moderno. «Rilanciano le accuse della propaganda sionista che descrivono suo padre come un esponente di alto livello di Hamas. Ma omettono un fatto fondamentale: dal dicembre 2024 il dottor Hussam Abu Safiya è detenuto senza incriminazione né processo, attraverso ordini di detenzione ripetutamente rinnovati». L’ultima parte del post è quella più squisitamente politica. «Lo chiamano sermone in arabo. Era un intervento a una conferenza stampa, tradotto in italiano. L’arabo è la lingua di Elyas: presentarla come un elemento inquietante serve ad alimentare il sospetto verso chi parla, anziché confrontarsi con ciò che dice. È così che funziona la macchina dell’islamofobia. Trasformare quell’appello in un attacco significa oscurare la richiesta che contiene: liberare un pediatra. È una precisa scelta politica. La domanda resta, rivolta al governo italiano: che cosa intendete fare con il vostro alleato israeliano perché il dottor Hussam Abu Safiya possa tornare dalla sua famiglia? La donna, madre, cristiana dia una risposta. Un figlio aspetta di riabbracciare suo padre».
Decine i commenti che si sono susseguiti sulla pagina del predicatore torinese. Luisa Crivellare ha fatto notare che «non può nominare una bambina in nessun caso. Vergogna». La risposta di Baya è stata tanto sgarbata quanto scontata. «L’alleanza di una madre con un macellaio di 24 mila bambini. Quella è la vergogna sua e di tutti i suoi sostenitori». Perentorio Antonino Ardea, che ricorda come «sentire il figlio di un terrorista che si esprime in arabo nel Parlamento Italiano nominando una minorenne figlia del Presidente del Consiglio è qualcosa che dovrebbe fare vergognare l’Italia intera». Ma non certo la sinistra, che per un pugno di (possibili) voti alle prossime elezioni continua a strizzare l’occhio all’Islam politico. Una scelta non solo pericolosa, ma anche estremamente miope. Il tutto nel silenzio fragoroso di Giuseppe Conte e di Elly Schlein e di tutto il campo largo.
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