Politica

Il conto della crisi lo paga il ceto medio

E alla fine il conto viene girato sempre al ceto medio. Dopo la stangata sulle case che è solo un anticipo di quello che arriverà con la riforma del catasto, rispunta l’ipotesi di colpire le...

E alla fine il conto viene girato sempre al ceto medio. Dopo la stangata sulle case che è solo un anticipo di quello che arriverà con la riforma del catasto, rispunta l’ipotesi di colpire le pensioni. La formula è quella del contributo di solidarietà che dovrebbe interessare i trattamenti più alti. E qui si apre la discussione su cosa si intende per «più alte» perchè se il prelievo dovesse colpire solo le pensioni d’oro, il gettito sarebbe poco più che simbolico. E non è ciò di cui ha bisogno il governo. Invece l’ipotesi che già era stata avanzata durante il governo Letta ma poi riposta nel cassetto per il fronte polemico che aveva scatenato, è di colpire le pensioni superiori ai 3.000 euro. Il contributo che verrebbe chiesto sarebbe del 10% e porterebbe a un incasso di circa 3 miliardi. Ma 3.000 euro lorde equivalgono a 1.500 euro nette al mese che non sono davvero pensioni d’oro. Non va dimenticato che le pensioni vengono da anni di blocco della perequazione. Monti, in piena emergenza, sterilizzò gli assegni oltre i 1.400 euro, il governo Letta reintrodusse, anche se in modo parziale, lo «scudo» del potere d’acquisto, fino a 3.000 euro lordi. La cura Cottarelli prevede 3,8 miliardi in tre anni da previdenza e assistenza. Un colpo per i redditi tra i 25 mila e 40 mila euro che dovranno stringere la cinghia, tra tagli delle indicizzazioni e interventi sul Welfare, e non saranno nemmeno ricompensati dal bonus-Irpef da 80 euro mensili che è destinato solo a chi guadagna meno dei fatidici 25 mila euro lordi annui. Nel mirino anche le pensioni di reversibilità: ovvero la quota di pensione che riscuote la vedova alla morte del marito. Il risparmio qui è di 100 milioni nel 2016: gli orfani prendono il 20 per cento dell’assegno finché non diventano maggiorenni, la mamma il 60 per cento. Tutto legato al reddito. L’altra partita di carattere sociale è quella che riguarda gli invalidi: dal morbo di Alzheimer ad altre terribili disabilità. Il piano della spending review prevede di recuperare 300 milioni in tre anni legando l’assegno di accompagnamento al reddito. La proposta è quella di cancellare l’indennità (del tutto o solo per i nuovi trattamenti) per chi ha redditi di 30 mila euro lordi oppure arriva a 45 mila sommando coniuge e figli. Fin qui le ipotesi. Le certezze riguardano gli immobili. La riforma del catasto con l’aggiornamento delle rendite, cioè del valore delle abitazioni, rischia di trasformarsi in un salasso. I valori attuali, esclusi alcuni casi, sono distanti da quelli di mercato. Si può avere una casa di lusso con una rendita catastale bassissima e si pagano tasse minime. L’aggiornamento del catasto si porterà dietro l’adeguamento al rialzo di Imu, Tasi e tasse di compravendita. Ad oggi infatti, Imu e Tasi si pagano in base alla rendita catastale dell’immobile di proprietà. Una classifica stilata nei giorni scorsi dal Sole 24 Ore ha messo a raffronto le rendite catastali e i valori di mercato medi di 103 capoluoghi di provincia. Risultato finale clamoroso, alcune città dovrebbero aumentare la rendita catastale fino a quasi il 300%. La riforma peserà maggiormente sulle abitazioni civili e quelle economiche, inserite in categoria A/2 e A/3, che rappresentano la maggior parte degli immobili sul territorio (nel complesso il73%), con i divari maggiori fra valori di mercato ed estimi catastali attuali. Un altro cambiamento è nel fatto che il valore catastale si calcolerà sui metri quadrati dell’appartamento e non più sul numero dei vani. I tempi non saranno brevi anche se è stato dato il via al primo decreto attuativo. Bisogna ancora costituire le commissioni censuarie provinciali per le modalità di applicazione del valore catastale.

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