«Quando hai l’occhio nella telecamera non ti accorgi di quel che ti succede attorno, pensi di essere altrove, di essere lo spettatore non l’autore nel film che stai girando». Lo raccontava 27 anni fa Almerigo Grilz, il primo giornalista italiano caduto su un campo di battaglia dal dopoguerra. Potrebbe averlo detto Simone Camilli, il 35enne reporter romano dilaniato a Gaza dalle schegge di una bomba inesplosa. A legare Almerigo e Simone, primo e ultimo dei 14 fra giornalisti, fotografi e reporter italiani caduti raccontando un conflitto non ci sono solo quelle parole. C’è una passione un po’ temeraria unita a una voglia d’avventura, a una curiosità incosciente, al desiderio - un po’ esibizionista - di poter dire «ascoltate da me quel che altrimenti non potreste mai sapere». Ma c’è anche la brama un po’ folle di calcare sempre nuove strade. Dalle quali sai che potresti non tornare. C’è il rapporto silenzioso con quella nera signora chiamata a volte morte, a volte semplicemente paura. Ti si para davanti mentre chiudi la porta di casa e ti chiede se stavolta sei proprio così sicuro di tornare. Mentre regali un ultimo bacio e ti domandi se potrai farlo ancora. Mentre sei seduto in aereo e pensi se anche stavolta riuscirai a usare il biglietto di ritorno. Ma la paura non te la puoi portare in tasca. La scacci con un guizzo del pensiero, pensando agli argomenti da sviluppare, alle storie da raccontare. Così fece Almerigo quella mattina. Partivamo lui per il Mozambico, io per il Nicaragua. «Stai attento», gli dissi. Lui, per un attimo, non rispose. Poi scacciò l'esitazione con una risata. Che non son mai riuscito a dimenticare. Così avrà fatto Simone. Così facciamo tutti. Ma tra Almerigo e Simone condannati a scacciar la paura, costretti a vivere in un film da cui alla fine non son potuti scappare, c’era anche altro in comune. C’era la necessità, se non l’obbligo, di lavorare per organi d’informazione stranieri. Simone era costretto a farlo per un semplice motivo, perché ormai nel nostro Paese esistono pochissimi media disposti ad accollarsi il costo di un reportage sul campo di battaglia. E così, come tanti altri eccellenti fotografi e reporter italiani aveva scelto di offrire il proprio coraggio e la propria bravura ai grandi media internazionali. Per Almerigo la necessità era un po’ diversa. Quando - assieme a Fausto Biloslavo e a chi scrive - fondò l'Albatross Press Agency e incominciò a raccontare i fronti caldi degli anni 80 - trovò ben pochi giornali e televisioni italiane disposte a comprare i suoi servizi. E ancor meno disposti a farglieli firmare. Sul suo capo, come su quello di Fausto e del sottoscritto pesava l’accusa di aver militato non tra le file dell’estrema sinistra - come la maggior parte dei coetanei aspiranti giornalisti di allora, ma tra quelle del Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano. A causa o forse grazie a quello stigma, Almerigo, al termine di ogni reportage era costretto a saltare da Parigi a Londra, da Amburgo a Stoccolma. A piazzare il proprio lavoro alle reti internazionali e ai grandi giornali europei. A cercar sempre di produrre qualche minuto di filmato abbastanza forte da risvegliare lo spettatore dal pisolo post prandiale. A barattare il "bang bang" e il sangue tanto amati dai committenti americani con qualche migliaio di dollari pagati sull’unghia. Sangue, morti e "bang bang" erano a quei tempi gli ingredienti essenziali e insostituibili per poter dire «non ho buttato via i soldi del viaggio». E così, quando tra una battaglia e l’altra, tra un servizio venduto e uno pronto da girare riuscivamo, per una volta, a sederci tutti e tre allo stesso tavolo Almerigo Fausto e io non riuscivamo mai a evitare quell’eterno, maledetto interrogativo. «Ma se uno di noi viene colpito, l’altro lo deve soccorrere o filmare?». E la risposta era sempre «la seconda perché tanto di più non potresti fare». E Simone, forse, avrebbe risposto come noi. Perché alla fine non pensi mai che quello sia il tuo film.
Morire per raccontare
di Gian Micalessin