L’occupazione del Valle, storico teatro romano finito nelle mani di fricchettoni e no global della cultura, è nata male e sta finendo peggio. I fatti lo dimostrano. Gli «okkupanti» che dovevano andarsene entro il 10 agosto non mollano l’osso. Vogliono garanzie. Vogliono di più e lo vogliono nero su bianco. Andavano sgomberati subito, il giorno successivo all’occupazione, non dopo 38 mesi, e bisognava preparare un bando pubblico per affidare il teatro a un imprenditore capace. Invece si è lasciato correre come al solito, pagando agli occupanti anche le bollette. Il risultato è che la situazione è sfuggita di mano e si è perso di vista il senso stesso del «bene pubblico». Ora che il Comune è riuscito a riportare un ordine apparente, con gli occupanti che hanno lasciato il foyer auto nominandosi però custodi del teatro, il sindaco Marino rischia di legittimare un abuso. Hanno tolto il più antico teatro della Capitale ai romani, hanno sfrattato 35 persone dal loro posto di lavoro, hanno creato danni a un bene monumentale e hanno bloccato ogni attività in una struttura capace di incassare più di un milione e mezzo di euro l’anno. Tutto questo è illegale, ma il Campidoglio è magnanimo. Il Comune vorrebbe far passare per mecenatismo una convenzione tra il Teatro di Roma e la Fondazione Teatro Valle Bene Comune, che è invece figlia di un ricatto e suona più che altro come una pretesa di lavoro. Il prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, sulla «Fondazione» è stato fin troppo chiaro: «è illegittima», è frutto dell’illegalità. Gli occupanti devono andarsene. Non hanno scuse, non hanno diritti e non ne meritano. Se vogliono fare teatro si mettano in fila come tutti quegli attori, quei registi, quegli scenografi che nel nostro Paese cercano tra mille difficoltà spazi per dimostrare il loro valore, quei ragazzi che spesso sono costretti a mettere da parte i propri sogni pur di portare a casa la pagnotta e lo fanno senza per questo compiere atti violenti e antidemocratici. Il Campidoglio non può essere complice fino all’ultimo atto. Signor sindaco, dia un lieto fine a questa «pièce». Gli attori gettino le maschere. Torni in scena la democrazia.
Sindaco, basta con la recita
di Matteo Vincenzoni