Politica

Festa amara per Renzi. La luna di miele è finita

«È fatta, ora nessuno fermerà il cambiamento». Ma la popolarità è per la prima volta sotto il 50%

La settimana più difficile a Palazzo Chigi si chiude con un successo: l’approvazione in prima lettura della riforma del Senato, arrivata entro la scadenza «imposta» dell’8 agosto. Ma di motivi per festeggiare Matteo Renzi non ne ha molti altri. Un po’ perché le varie defezioni nella maggioranza hanno dimostrato che, senza l’apporto di Forza Italia, il ddl Boschi non sarebbe mai passato. Un po’ perché, alla ripresa dei lavori a settembre, il premier dovrà affrontare i nodi economici sul tappeto in un clima assai meno favorevole a quello di solo qualche settimana fa. Il 40% ottenuto alle Europee risale solo a due mesi e mezzo fa. Eppure sembra passato molto più tempo. Da allora Renzi ha dovuto incassare la mazzata del Pil, la giravolta di quotidiani in precedenza più vicini al governo ( Corriere della Sera , Sole 24 Ore , persino Repubblica ) e lo scetticismo crescente dei media internazionali. Fino al richiamo esplicito di Draghi a fare in fretta le riforme che contano: non certo quella del Senato, bensì quelle del fisco, della burocrazia e del lavoro. Pena il commissariamento Ue, già paventato dal Governatore della Bce quando, seppur senza alludere all’Italia, ha invitato i Paesi dell’Eurozona a cedere sovranità sulle riforme. Finora Renzi si era sempre fatto scudo con il consenso popolare, ma anche su quel fronte gli ultimi segnali non sono confortanti. Secondo l’ultima rivelazione di Ixè, infatti, la fiducia degli italiani nel premier è scesa per la prima volta da giugno sotto la soglia del 50%. Per la precisione dal 51 al 49 in due settimane. Il dato, in realtà, resta di gran lunga superiore ai precedenti inquilini di Palazzo Chigi. E Renzi confida che il primo via libera al nuovo Senato possa in qualche modo invertire il trend. «Ci vorrà tempo, sarà difficile, ci saranno intoppi. Ma nessuno potrà più fermare il cambiamento iniziato oggi» ha scritto su Twitter dopo il voto di Palazzo Madama. Guardandosi, però, dal presentarsi a Palazzo Madama per celebrare il successo. Vi avrebbe trovato un’Aula semivuota - le opposizioni hanno abbandonato per protesta l’emiciclo - e un Gruppo Pd assai meno compatto di quanto avrebbe sperato. Alla fine i «dissidenti» tra i Democratici si sono fermati a 16. Ma la vulgata comune è che quando si tratterà dell’Italicum - non prima di novembre, stando al calendario dei lavori parlamentari - il fronte potrebbe essere molto più ampio. «Quando la Camera ha detto sì all’Italicum non c’era ancora il Senato non elettivo» ha detto il deputato Miguel Gotor all’ Huffington Post , «ora si pone un problema di razionalità del sistema. Se c’è una sola camera politica non può essere composta di nominati e non può avere soglie d’ingresso così alte». Senza contare il malcontento che sta serpeggiando nel partito alla sola ipotesi di un «soccorso azzurro» sui temi economici. Con l’ex segretario Bersani che ha avvisato: «In economia c’è ancora una certa differenza tra destra e sinistra». La battaglia si concentrerà inevitabilmente sul superamento dell’articolo 18, tema sul quale l’Ncd di Alfano nelle ultime settimane è tornato in pressing. Mentre Stefano Fassina continua a ripetere che «se proprio allargamento della maggioranza ci deve essere, meglio guardare a Sel e ai fuoriusciti del M5S». E con il quadro economico che volge al peggio, anche il deterrente della minaccia del ritorno alle urne assomiglia sempre più a una pistola scarica.

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