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Rallenta la riforma del Senato. Difficile l’ok oggi

Ennesimo giorno di votazioni al Senato per le riforme istituzionali. Obiettivo arrivare all’approvazione in prima lettura del ddl Boschi entro domani, anche se inizialmente si era sperato di poter...

Ennesimo giorno di votazioni al Senato per le riforme istituzionali. Obiettivo arrivare all’approvazione in prima lettura del ddl Boschi entro domani, anche se inizialmente si era sperato di poter dare il primo via libera già oggi, ma alcuni intoppi nel corso del voto di ieri hanno rallentato l’iter. A far discutere, in particolare, è stata la decisione del presidente Pietro Grasso di giudicare inammissibili gli emendamenti riguardanti l’elezione diretta del Capo dello Stato. «Concordo con questa decisione - ha spiegato la relatrice della riforma Anna Finocchiaro - perché penso che questo tema sia estraneo alla riforma del Senato e in ogni caso non è certo con emendamenti a questa riforma che può essere affrontato un tema così rilevante». Di parere opposto il senatore di Fi Augusto Minzolini, che ha addirittura annunciato la presentazione di un ricorso alla Corte europea sulla gestione dell'Aula del Senato da parte del presidente Grasso. Tra gli articoli approvati ieri da Palazzo Madama, quelli che prevedono l’abolizione del Cnel e delle Province dalla Costituzione. Inoltre, è stato ufficializzato che i vari governi necessiteranno del voto di fiducia della sola Camera dei deputati. Inoltre, il numero necessario di firme per presentare il referendum abrogativo è stato riportato a 500mila dopo che nel ddl Boschi era stato inizialmente innalzato a 800mila. «Ma per chi dovesse comunque raggiungere quella soglia - ha spiegato ancora la Finocchiaro - ci sarà la possibilità di ottenere un quorum "ridotto", pari alla metà dell’affluenza alle ultime elezioni politiche». Le firme per la presentazione di leggi di iniziativa popolare, invece, passano da 50mila a 150mila. Cambiano anche le regole per l’elezione del Capo dello Stato. È stato respinto l’emendamento del Pd Gotor che inseriva nella platea elettiva anche gli europarlamentari. E così, a eleggere l’inquilino del Quirinale saranno solo deputati e senatori in seduta comune. Rispetto alla disciplina attuale, vengono esclusi i delegati regionali (di fatto lo sono già i senatori) e il quorum diventa dei due terzi nei primi tre scrutini. Dal quarto al settimo è sufficiente la maggioranza dei tre quinti, mentre dall’ottavo scrutinio basta la maggioranza semplice. I lavori sono proseguiti anche ieri fino a mezzanotte. restano ancora da votare un migliaio di emendamenti.

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