Trentasei ore di pausa e di riflessione per riordinare le idee e per presentarsi al fronte bipartisan dei dissidenti con proposte che possano essere condivise e possano assicurare al ddl di revisione costituzionale un iter più sereno dopo i giorni di rissa per approvare gli articoli 1 e 2. Incassato il Senato non elettivo composto da 100 membri e superato - dopo una settimana di bagarre in Aula - lo scoglio principale, quello dell’elezione diretta dei nuovi senatori e della fine del bicameralismo perfetto, il governo vede a un passo l’obiettivo di incassare l’approvazione in prima lettura delle riforme costituzionali entro l’8 agosto. Prima però bisogna superare le resistenze dei dissidenti e trovare un accordo con la maggioranza sul Titolo V. La capigruppo ha deciso ieri di chiudere i lavori d’Aula dopo l’approvazione del decreto Carceri, di annullare la seduta prevista per oggi e riprendere la votazione sulle riforme domani. Una pausa «ragionevole» per il capogruppo Pd Luigi Zanda. Questo consentirà al ministro Maria Elena Boschi di lavorare su modifiche condivise da proporre a maggioranza, Forza Italia e frondisti. Tre i punti del possibile accordo: il primo riguarda l’abbassamento delle firme necessarie per chiedere i referendum (da 800mila a 500mila firme) e per proporre leggi d’iniziativa popolare (da 250mila a 200mila). Il secondo punto riguarda l’immunità dei nuovi senatori eletti dai Consigli regionali: verrà abolita e prevista solo per le opinioni espresse nell’ambito del solo mandato parlamentare. C’è poi il capitolo Italicum: ai dissidenti e ai partiti d’opposizione verrà proposta una mediazione che prevede l’abbassamento delle soglie di sbarramento (dal 4,5% al 4 o 3,5 per i partiti in coalizione, dall’8 al 5% per i non coalizzati e dal 12 al 10 per le coalizione) e l’innalzamento di quella per accedere al premio di maggioranza senza bisogno del ballottaggio (dal 37% al 40). Sulle preferenze il tema è aperto: l’ultima proposta formulata dal Pd a Berlusconi prevede i capilista bloccati e gli altri candidati eletti a preferenza. Una formula che però non convince larga parte del Pd che preferirebbe o le preferenze o i collegi plurinominali. Il Cav sta valutando. L’incontro tra il premier e segretario del Pd Matteo Renzi e il leader di FI previsto per martedì a pranzo sarà decisivo. Il patto del Nazareno bis sulle modifiche all’Italicum verterà riguarderà anche il Quirinale e il dopo-Napolitano. Ogni modifica alla legge elettorale - ha sempre ricordato Renzi - andrà concordata con gli altri contraenti il patto del Nazareno, cioè Berlusconi e Verdini. Dal Cairo il premier lo ribadisce di nuovo: «È importante che Berlusconi sia al tavolo della riforma elettorale, come è stato a quello della riforma costituzionale. Questo è un elemento di serietà del sistema, sarebbe un segnale importante». Nella partita delle riforme il principale alleato di Renzi continua a essere il leader di FI, che il segretario Dem continua a corteggiare. D’altra parte la tenuta alla Camera dell’impianto dell’Italicum è stata garantita principalmente dai voti azzurri. E anche al Senato FI qualche incidente lo ha evitato. È il Cav il perno di tutto, anche per neutralizzare i veti incrociati dei partiti della maggioranza e la scarsa tenuta dei gruppi parlamentari del Pd. La tabella di marcia del governo sulle riforme prevede che la legge elettorale venga approvata entro l’anno, con la speranza che ce la si possa fare anche prima. L’Italicum tornerà in discussione il primo settembre al Senato per poi proseguire il suo iter. Il dibattito si concentra su soglie di sbarramento, premio di maggioranza e preferenze. Anche sul fronte dei conti pubblici il governo resta piuttosto ottimista e non è preoccupato. Qualche inquietudine su crescita economica - che continuerà a essere fragile - e occupazione. La spina nel fianco sembra piuttosto essere il centrodestra. Sulle riforme il capogruppo al Senato Maurizio Sacconi ricorda che per Ncd «il punto decisivo» è la riforma del Titolo V «i cui effetti devastanti hanno disgregato in questi vent’anni lo Stato unitario, liberando ancor più la propensione di quasi tutte le Regioni e della gran parte dei Comuni di generare debito». La definizione del rapporto tra Stato e autonomie locali diventa cruciale per Ncd anche perché «il testo licenziato dalla Commissione contiene ancora ambiguità». C’è poi l’Italicum. Renato Schifani ricorda a Renzi la lealtà e la responsabilità di Ncd senza il cui contributo «decisivo in questa settimana non sarebbero stati superati i nodi più delicati della riforma», nonostante la proposta di Alfano «fosse quella di un’Aula eletta a livello regionale». Ma il rispetto del vincolo di maggioranza esige condivisione della legge elettorale e dei provvedimenti economici. Le trattative sono appena cominciate.
Italicum, Renzi coccola Berlusconi. Ma Ncd adesso alza il prezzo
Si lavora su soglie, preferenze e premio di maggioranza
