Politica

Le riforme fanno la prima vittima: Grasso

Il presidente perennemente sott’accusa spara gaffe a ripetizione Minaccia di chiamare la polizia e confonde il Senato per un tribunale

Complice la stanchezza, visto che Grasso ha tenuto l’Aula per quasi quattro giorni di fila, il presidente ha cominciato a sparare a raffica gaffe e probabilmente per questo ha scelto di concedersi una pausa. Prima però nell’emiciclo se ne sono viste di tutti i colori, con senatori feriti, proteste, tumulti. Quel che è singolare è il risultato politico di tutto ciò. Grasso sognava di andare al Quirinale, dopo le dimissioni di Napolitano, con i voti del suo partito, il Pd, e l’aiuto dei grillini. Ieri il Movimento 5 Stelle lo ha pesantemente apostrofato per non aver dato spazio alle opposizioni su una riforma che peraltro proprio Grasso aveva inzialmente contestato. E il Pd non l’ha nemmeno difeso. Perché? Forse perché il presidente del Senato non è stato all’altezza. L’altro giorno, per esempio, nel dare la parola a un esponente peraltro del suo partito, ha detto: «Il senatore… ha chiesto di essere ascoltato». Come "di esserre ascoltato"? Forse avrà confuso l’Aula del Senato con quella di un tribunale. Altra gaffe quando ha minacciato: «Attenti che faccio intervenire la polizia d’udienza», una definizione con la quale si intende la facoltà di far intervenire le forze dell’ordine: si tratta di un potere concesso al presidente del tribunale a fronte di disordini in aula. Una definizione che ha fatto trasecolare più di un senatore al punto che Augusto Minzolini (Forza Italia) ha causticamente commentato: «Grasso minaccia intervento polizia per sgombrare l’aula: scusate ma per me si è davvero bevuto il cervello». Ma non è la prima volta che Grasso scambia palazzo Madama per un palazzo di Giustizia. Era già accaduto in febbraio quando aveva minacciato di sospendere «l’udienza» e non la seduta. Ma il punto vero, per l’ex pm, èp quello di aver dimostrato di non sapere tenere l’assemblea. Quando in Aula sono arrivate le riforme istituzionali, è scoppiato il caos. Il primo giorno Grasso è finito sotto accusa perché non si era svolto nemmeno un voto e si è andati avanti per alcuni dì. Poi il primo giorno di voto, appena tre preferenze e il principale inquilino del Senato è finito sotto processo per la lentezza delle operazioni. Facile immaginare che anche Giorgio Napolitano, il primo sostenitore della necessità di varare le riforme, non abbia preso molto bene. Di qui l’accelerata. Che è finita con il caos. E il finale sfottò persino del leghista Calderoli: «Grasso è stato veloce senza le opposizioni, io lo sono anche con le opposizioni...».

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