Logica vorrebbe che il dibattito sulla modifica della Costituzione rispettasse, nel suo svolgimento, l’aura di solennità in cui da quasi sessant’anni è avvolta la Carta. Ma siccome la politica è madre di paradossi, le risse e le gazzarre di questi giorni ci dimostrano tutt’altro. La vera sorpresa, però, è che tutto ciò non è il segno dei nostri poveri tempi, ma una costante della storia repubblicana, anche di quando ad accedere alle istituzioni erano quelli che oggi chiameremmo, con ossequio retrò, i notabili. Rispettando il vecchio adagio che il buongiorno si vede dal mattino, persino la nascita stessa della Costituzione fu accompagnata da lavori parlamentari piuttosto tumultuosi. Le cronache, infatti, parlano di una seduta particolarmente accesa, quella del 3 dicembre 1947, quando l’Assemblea costituente discuteva l’approvazione di quello che allora era l’articolo 131, oggi 139, l’ultimo: «La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale». Lo scenario era particolarmente teso: non si erano ancora spenti gli echi del referendum del 2 giugno del 1946, in cui la scelta repubblicana trionfò su quella monarchica per neanche due milioni di voti di scarto, tra i ricorsi (respinti) dei sostenitori di re Umberto, i quali gridavano ai brogli elettorali. Da ciò si comprende come quella particolare seduta dell’Assemblea, che con il dettato dell’articolo 131 archiviava irreversibilmente la monarchia, fosse particolarmente infiammabile. Le premesse divennero realtà, gli scranni si tramutarono in spalti e nacque uno scontro frontale tra tifoserie, con da una parte comunisti e repubblicani alla riscossa, dall’altra i monarchici a difesa del fortino della propria storia. Tra un «Comunisti Bastardi» e un «Fascisti! Tornate nelle fogne!», accompagnati da «Viva la Repubblica» in scontro a «Viva la Monarchia», l’alto volume si compattò in rissa e, come racconta il godibile pamphlet Tumulti in aula di Sabino Labia, «all’interno dell’emiciclo si assiste al primo ufficiale incontro di pugilato tra i primi eletti della storia della neonata Repubblica italiana». Quindi, la proclamazione del risultato fu, di fatto, solo un cammeo sullo sfondo di una baruffa di massa da b-movie. Un repertorio molto simile a quello vissuto in questi giorni. Segno che in politica, specie nei momenti più decisivi quando certi interessi traballano, l’istinto alla sopravvivenza sfocia nella fisicità più accesa. Un misto tra dramma del privilegio ed commedia di umana quotidianità. Ma il Parlamento è un po’ come lo stadio, un luogo in Italia dove insulti, spinte e risse sono all’ordine del giorno. Ultima a farne le spese è stata la senatrice del Nuovo Centrodestra Laura Bianconi, tornata ieri a Palazzo Madama con il braccio fasciato e una prognosi di cinque giorni per lo stiramento di un tendine, dopo i tumulti notturni sulla riforma del Senato. Un caso non isolato perché nelle aule parlamentari in 65 anni di storia repubblicana se ne sono viste di tutti i colori. È dello scorso gennaio la furibonda protesta dei grillini a Montecitorio, con l’assalto al tavolo della Presidenza, contro la «ghigliottina» applicata sul decreto Imu-Bankitalia da Laura Boldrini, presidente della Camera. Una bagarre in piena regola con tanto di urla, spinte, fischietti e uno schiaffo ricevuto dalla pentastellata Loredana Lupo da parte del questore Stefano Dambruoso, deputato di Scelta Civica che si è subito scusato per il gesto «involontario, compiuto nel tentativo di far scudo alla Boldrini». Stessa situazione, con esito opposto, era accaduta nel 1994 quando Francesco Voccoli (Prc) venne colpito da un pugno mentre cercava di difendere il relatore del decreto «salva-Rai», Mauro Paissan, dall’assalto di un gruppo di deputati di An. Impossibile fare un elenco delle risse, troppo lunga la lista, ma alcuni episodi sono rimasti tristemente celebri. Nel 1996 durante una furiosa lite tra leghisti e forzisti, sul finanziamento dei partiti, vengono rotti gli occhiali a Vittorio Sgarbi, mentre nel 1998 sono i deputati Massimo Mauro (Ds) e Domenico Gramazio (An) i protagonisti di un accesso scontro fisico, fermato a fatica dai commessi. Nel 2007, in seguito a una rissa stile saloon, vengono sospesi 14 deputati del Carroccio per dieci sedute, mentre nel 2011 la bagarre esplode tra i parlamentari della Lega e di Futuro e Libertà, il tutto di fronte agli occhi increduli dei bambini in visita a Montecitorio. La madre di tutte le risse, però, risale al 29 marzo del 1953. La data resta indimenticabile perché è la domenica delle Palme e si discute la celebre «Legge Truffa». Dopo 77 ore di seduta scoppia un pandemonio che dura quasi 50 minuti. Nell’Aula del Senato vola di tutto: sedie, calamai, regolamenti. La bagarre si conclude con il ferimento del ministro Randolfo Pacciardi e del presidente del Senato, Meuccio Ruini colpito da una tavoletta in faccia. Tra le vittime del ring di Montecitorio anche Renzo Lusetti, che nel 2004 finisce in infermeria dopo aver provato a bloccare i duellanti di turno: Giachetti (Margherita), Caparini (Lega) e il radicale Cicciomessere, protagonista di un malriuscito tentativo di attacco al tavolo della presidenza della Camera, con tanto di scivolone e conseguente assalto da parte dei comunisti. Scene tragicomiche a cui ormai siamo abituati e che hanno contraddistinto il Parlamento italiano fin dagli albori. Costituente a parte, il primo violento scontro risale al 1949 quando si votò per l’adesione dell’Italia alla Nato. Una seduta fiume con tanto di rissa finale, al centro dell’emiciclo, tra comunisti e democristiani, con il duo Pajetta da una parte e il democristiano Tomba dall’altra. Un momento che Giulio Andreotti ricordava così: «La seduta durò ininterrottamente tre giorni per stroncare gli ostruzionismi e fu contraddistinta da scambi di percosse e persino da un morso alla mano del mite Achille Marazza, azzannato dal comunista Di Mauro che cercava di aggredire De Gasperi alle spalle». Corsi e ricorsi storici...
Dalla Costituente al salva Rai. Il Parlamento è come un ring
Risse in Aula da 65 anni