Saranno le comuni origini ferraresi ovvero essersi trovati a vivere in una città tanto bella quanto morta, che ha determinato l’insolita convergenza di principi e idee sul nostro patrimonio artistico e sulla sua insufficiente promozione turistica tra il ministro Franceschini e me. Nonostante il mio temperamento polemico non è la prima volta che mi trovo a condividere i pensieri di un ministro ai Beni culturali. Considerando che ero entrato in politica proprio per assumere quel ruolo, ormai un quarto di secolo fa, e mi è toccato soltanto di essere soltanto sottosegretario per un anno in costante conflitto con l’allora ministro Urbani, ho però apprezzato l’impegno di altre personalità che hanno affrontato questioni e temi a me cari: in particolare Antonio Paolucci e Massimo Bray. Per il resto i conflitti su mille argomenti furono forti e tuttora resistono. Il primo riguarda la tutela del paesaggio letteralmente devastato, nelle regioni più belle: Sicilia, Puglia, Calabria e anche Molise, dalla diffusione criminale e, in evidente convergenza con gli interessi della mafia, di pale eoliche e di pannelli fotovoltaici. Il primo dovere di un ministro in ordine all’articolo 9 della Costituzione sarebbe vietare radicalmente ogni presenza di questi mostri, senza mediare o negoziare. Tolleranza zero. Il secondo, nel tanto agitarsi del presidente del Consiglio, dovrebbe essere la piena restituzione all’Italia di un ministero del turismo incredibilmente abolito, con un referendum voluto dall’incoscienza di Pannella, assieme al Ministero dell’Agricoltura. Quest’ultimo è sopravvissuto cambiando il nome in ministero delle politiche agricole mentre il dicastero del Turismo è stato spezzettato criminalmente in autonome competenze regionali e fatto rivivere illusoriamente dall’ultimo governo Berlusconi per dare un ruolo ministeriale alla Brambilla e ai suoi cani. Una vera e propria presa in giro che ha ingannato anche Monti il quale ha nominato un altro ministro per un ministero che non c’è con Piero Gnudi. Trovandosi a governare il nulla, i due hanno parlato al vento senza risultato. Il sopravvissuto Enit è dotato di un finanziamento utile soltanto a pagare i dipendenti. Ed eccoci allora nello stato che il neo ministro del turismo accorpato ai beni culturali denuncia con dolorosa consapevolezza. In realtà in Italia tutto è abbandonato a iniziative sporadiche e scoordinate disperdendo l’evidente beneficio economico che, senza intaccare il rigore della tutela e quindi senza odiosamente sfruttare il patrimonio artistico scambiandolo per petrolio - metafora ricorrente perversamente concepita dall’allora ministro De Michelis con la formula giacimenti culturali - consentirebbe un’articolata offerta turistica in nessun luogo al mondo ricca e varia come in Italia. Pensiamo a Rimini, considerata località balneare. A Rimini ci sono una città romana con superbi monumenti, una città medioevale con testimonianze di Giotto e dei grandi pittori del Trecento, una città rinascimentale che ha il suo principale monumento nel tempio malatestiano di Leon Battista Alberti non meno significativo dell’architettura delle più importanti architetture del Rinascimento fiorentino, la civiltà barocca del pittore Guido Cagnacci, una città novecentesca legata al mito di Fellini («Amarcord» con la prefigurazione del Concordia a Genova nel transatlantico Rex) una città notturna con la costellazione delle discoteche dal Peter Pan alla Baia Imperiale in un continuo carnevale. Neanche Las Vegas può competere, eppure la riviera romagnola vive una crisi profonda e soltanto l’arte, da quanto abbiamo indicato e dai mosaici bizantini di Ravenna fino all’Abbazia di Pomposa e alle proposte espositive del san Domenico di Forlì può rigenerare. Basterebbe saperlo. E parliamo di una delle principali mete turistiche italiane. Si può moltiplicare per mille questo esempio. Ma mi limiterò a un altro paradosso il cui destino può dipendere dalla sola volontà di Franceschini. Penso all’Expo di Milano e alla cittadella dei padiglioni in cui si restringeranno espositori e visitatori. Ho molti dubbi che uno solo di loro, come sperano gli ingenui, in perfetta malafede, si spinga fino a Reggio per vedere i bronzi di Riace; credo invece che molti, fra i 20 milioni previsti, vorranno visitare a Milano il Cenacolo di Leonardo. Provi Franceschini ad andarlo a vedere senza qualificarsi. Un call center dirà che non ci sono posti liberi né oggi né domani né dopodomani né fra una settimana e che può essere messo in lista il 25 settembre. È evidente che il visitatore non andrà e sarà per sempre scoraggiato. Da cosa dipende questa difficoltà a visitare uno dei monumenti più importanti e conosciuti di Milano e in Italia? Dal fatto che qualche idiota, non leggendo il Vasari che già nel 1550 indica le cattive condizioni del dipinto, in base a una pseudo scienza della conservazione, ha stabilito che la pittura patisce danno dalla polvere delle scarpe, e ha contingentato l’accesso a sole 25 persone ogni 20-30 minuti, probabilmente dopo le mie tante proteste innalzato a 30. Ciò comporta la difficoltà di prenotazione e il limitatissimo numero di visitatori in un anno: poco più di 300 mila persone. Un tempo l’accesso era libero con il biglietto all’ingresso. Il genio che ha inventato questa cretinata ha determinato l’uso del call center. Ma se pure questo metodo di accesso si dovesse conservare, è indubitabile che anche 50 o 70 persone, io le fisserei in 48 alla volta, non danneggerebbero in alcun modo il capolavoro leonardesco. E, se si volesse eccedere in prudenza, basterebbe arretrare di un metro il gruppo dei visitatori. Di colpo si consentirebbe l’accesso a quasi 600 mila persone. Ma non basta. Durate il periodo dell'Expo ho proposto un prolungamento con l’aggiunta di un turno fino alle tre di notte ipotizzando l’apertura giornaliera di 18 ore. Si arriverebbe a un milione di visitatori. Naturalmente a questa proposta semplice si oppone la struttura interna del ministero di Franceschini con i sindacati che non accettano una guardiania diversa dai dipendenti statali. Si potrà trovare con lo Stato o con i privati il danaro sufficiente (circa 250 mila euro in sei mesi) per tenere aperto il Cenacolo? È una questione semplice, una prospettiva turistica. Con un mercato reale.
Riapriamo il Ministero
di Vittorio Sgarbi