Alla fine uno degli ostacoli più insidiosi sulla strada della riforma del Senato - l’emendamento Minzolini che rilanciava il bicameralismo e l’elettività della Camera Alta - viene aggirato dal governo. Ma i numeri ottenuti, e l’andamento delle votazioni, raccontano di un’altra giornata complicata per Renzi, benché in serata il premier esprima la sua soddisfazione su Twitter: «#mentreloro hanno finito il tempo, noi non abbiamo finito la pazienza. Grazie ai senatori che stanno sostenendo questa riforma #lavoltabuona». In realtà, gli scricchiolii del patto del Nazareno sono stati ben udibili in Aula. Fin dalla mattina, che è stata segnata ancora una volta dalle discussioni sull’iter e sulla procedura. Alla fine la Giunta del regolamento ha dato il via libera all’utilizzo del «canguro», lo strumento che permette di archiviare gli emendamenti simili ad altri già bocciati, ma comunque non si è partiti con le votazioni prima del pomeriggio. Quando è stata la volta dell’emendamento Minzolini, che è stato respinto (a voto palese) con 171 no, 114 sì e otto astenuti. Il fronte dei dissidenti alla fine ha contato questi numeri: 14 senatori del Pd, 15 di Forza Italia, 8 di Gal, 3 dei Popolari di Mauro e due di Ncd. Tra gli astenuti tre alfaniani, due forzisti e una democratica, Rosaria Capacchione. Un gruppo sufficiente a far esultare Minzolini: «Il dato che emerge è che la maggioranza non ha i due terzi per questa riforma costituzionale, ci sarà bisogno del referendum». «Ricordiamo allo "smemorato" senatore - ha replicato Ernesto Carbone del Pd - che il referendum sulle riforme è già stato annunciato, a prescindere, sia dal Presidente del Consiglio sia dal ministro per le Riforme». L’impressione, in ogni caso, è che l’esito della partita sul Senato sia sempre legato alle trattative ancora in corso con Berlusconi sull’Italicum. Ieri Renzi è tornato a promettere ai suoi senatori che la legge elettorale potrà essere cambiata a Palazzo Madama sui punti considerati più controversi. Ovvero liste bloccate e soglie. Un’ennesima apertura ai «dissidenti» che ha creato non poco malumore in Forza Italia. «Le modifiche al patto del Nazareno vanno concordate con Berlusconi» ricordano gli azzurri a Palazzo Madama. E c’è chi, come Raffaele Fitto, ne approfitta per riaprire la partita sulle preferenze. Sulla quale si mostra laica Mariastella Gelmini: «Personalmente non sono contraria, ma non credo siano la panacea di tutti i mali». Mentre sull’altro fronte si schiera Stefania Prestigiacomo: «Le preferenze sono il retaggio di una vecchia politica che ha dato già dimostrazione della sua inefficienza». Laura Ravetto, invece, lancia una provocazione: «Fossi in Renzi direi: "volete le preferenze? Eccovi le preferenze, ma le soglie di sbarramento non si toccano". Sarebbe una buona mossa per capire chi è veramente in buona fede quando e chi utilizza questo tema per salvare il proprio piccolo partito da soglie troppo alte». Alla fine la sintesi dovrà essere trovata da Silvio Berlusconi, che potrebbe incontrare Renzi all’inizio della prossima settimana dopo aver disertato il vertice martedì scorso per problemi di salute. L’ex premier, però, non avrebbe alcuna intenzione di tornare a discutere di preferenze, ma sarebbe disposto al limiti a trattare sulle soglie di accesso al Parlamento. Magari abbassando quelle previste per i partiti in coalizione (l’ipotesi è di passare dal 4,5 al 4%) ma lasciando inalterato lo sbarramento all’8% per i partiti che decidono di correre da soli. E così, in attesa di un «patto del Nazareno bis», al Senato si continuano a fare gli straordinari. Anche ieri, dopo la pausa concessa dal presidente Grasso dalle 20 alle 21, si è ripreso a votare fino a notte inoltrata. E spesso la stanchezza dà ai nervi. Come sarebbe successo dopo la mezzanotte di martedì, quando davanti alla sala dei busti esponenti di Pd, Lega e M5S sarebbero arrivati alle mani, con i commessi costretti a intervenire per sedare la rissa. Tra i protagonisti, riconosciuti il leghista Stefano Candiani e i piddini Luca Lotti e Luciano Pizzetti, sottosegretario alle Riforme. Un ruolo scomodo e pericoloso, di questi tempi.
I «dissidenti» a 57 voti dalla spallata
Il governo supera con il fiatone lo scoglio della non-elettività del Senato Italicum, Forza Italia divisa sulle preferenze. Ma Silvio apre solo sulle soglie
