Matteo Renzi folgorato come Saulo sulla via di Damasco. Una conversione bella e buona e degna di Paolo di Tarso. Il premier ha infatti scoperto la politica estera. Intendiamoci però: nulla di eclatante, nessuna dichiarazione in grado di evocare chissà quale scenario di collocamento geopolitico del nostro Paese. Il presidente del Consiglio, con la velocità che lo contraddistingue, affida a Twitter le sue considerazioni. Un cinguettio, quello dell’altro ieri, che, più che una presa di posizione sulla politica estera italiana, è uno scherno ai dissidenti bipartisan che a Palazzo Madama Senato resistono in trincea alla strana maggioranza Pd-FI, soverchiante per numeri e mezzi, sulle riforme di Senato e Titolo V. «I gufi, le riforme, i conti non mi preoccupano. La Libia invece sì. Ma sembra impossibile parlare seriamente di politica estera #piccinerie», scrive Renzi sul social network per bloccare i dissidenti. In Senato i commenti ironici non si contano. «Ma come? - è l’obiezione comune a tanti senatori, sia di maggioranza che di opposizione - Da che pulpito viene la predica...». Chiaro il riferimento al primo intervento con cui Renzi si presentò alle Camere per ottenere la fiducia. In quel discorso il presidente del Consiglio non toccò alcun tema di politica estera, quasi non esistesse. «Ma si ricordò di dirci chiaramente che sarebbe stata l’ultima fiducia che un premier avrebbe chiesto al Senato», rammentano con un filo di malignità alcuni dissidenti. Va detto che, in effetti, su tutte le grandi questioni internazionali che hanno investito il mondo da quando Renzi è a Palazzo Chigi, il governo ha faticato a mettere insieme una linea politica. Paragoni con i governi del passato - dall’europeismo e atlantismo di Alcide De Gasperi, fino ad arrivare a Giulio Andreotti e al caso dell’Achille Lauro (dirottata da un commando del Fronte per la Liberazione della Palestina) che portò l’allora premier Bettino Crazi a schierare i carabinieri in assetto da guerra a Sigonella contrapponendoli le forze speciali Usa della Delta Force - sono decisamente azzardati. Ma, fermandosi al passato recente, i raffronti sono comunque impietosi. Nella nuova sede di Forza Italia in piazza San Lorenzo in Lucina i muri sono pieni di foto di Silvio Berlusconi con i pi importanti leader europei: Bush, Blair, Putin, Sarkozy. Sotto ogni foto c’è una didascalia che ferma la storia recente italiana, raccontando i successi della politica estera italiana negli anni dei governi del Cav, quando l’Italia riuscì a essere un punto di equilibrio tra «gli amici americani» e «l’amico Vladimir», fino ad arrivare agli accordi col leader libico Gheddafi. Altrettanto imbarazzante è il raffronto tra Renzi e il suo predecessore Enrico Letta. Nel dicembre 2013, quando l’allora presidente del Consiglio già cominciava a non stare sereno, Letta nella conferenza stampa di fine anno toccò tantissimi temi di politica estera. Due su tutti: l’Iran e la Siria. Letta arrivò a evocare uno scenario che prevedeva il dialogo con il nuovo regime di Teheran a patto che il governo iraniano mettesse da parte ogni velleità nucleare. E Renzi? In politica estera balbetta. Non una parola sulla crisi Ucraina, dichiarazioni di circostanza sulla crisi in Medio Oriente, con il ministro degli Esteri Federica Mogherini che sembra andare a ricasco delle posizioni prese dall’Ue. Già, Federica Mogherini, la - per ora - grande sconfitta di Renzi in politca estera. La responsabile della Farnesina, indicata dal premier e attuale presidente di turno dell’Ue per il ruolo di Alto commissario per la Politica estera dell’Unione, ha incontrato il veto dei Paesi baltici per una presunta impostazione filorussa e della cancelliera tedesca Angela Merkel, che la giudica «troppo inesperta». Quali i nomi graditi a Bruxelles? Enrico Letta o Massimo D’Alema. La politica estera è stata finora la grande assente del governo Renzi. Oggi il premier vuole cominciare a parlarne seriamente. Non è mai troppo tardi.
Anche Renzi scopre la politica estera
Il premier schernisce i dissidenti in Senato e vira sugli scontri in Libia. Ma dal voto di fiducia a oggi ha sempre ignorato le crisi internazionali
