Politica

Decreto Competitività salvato dai ministri

Per raggiungere il numero legale al Senato servono i membri del governo. Avviso a Renzi

Il governo corre in soccorso del governo. Il Senato approva con la fiducia il decreto Competitività in scadenza il 24 agosto, ma per consentire all’Aula di raggiungere il numero legale e consentirgli di votare il provvedimento serve la presenza di tutti i membri dell’esecutivo che sono anche senatori. Ministri, vice ministri e sottosegretari salvano nel vero senso della parola il decreto legge. Il testo - licenziato con voto di fiducia dal Senato con 159 sì e 1 no - rischia grosso. Senza la presenza in aula degli esponenti del governo probabilmente sarebbe saltata la votazione. Le opposizioni compatte non partecipano al voto e per poco non manca il numero legale (147 senatori). Per questo il governo schiera in massa una decina di suoi componenti-senatori senza la cui presenza l’incidente parlamentare sarebbe stato inevitabile. La scelta delle opposizioni viene letta come un chiaro segnale all’esecutivo sul disegno di legge costituzionale presentato dal ministro per le Riforme Maria Elena Boschi: la votazione verrà ripresa la prossima settimana. Alcuni esponenti del MoVimento 5 Stelle, pur non partecipando al voto sul decreto legge, rimangono in Senato per assistere alla scena. Il blitz non riesce per un pelo, proprio perché ai senatori di maggioranza vengono in soccorso gli esponenti del governo. Tra gli esponenti del governo presenti in Aula ci sono il ministro Giannini, i viceministri Bubbico e Nencini, i sottosegretari Pizzetti, Cassano, Vicari, Della Vedova, D’Onghia. La votazione viene preceduta fino all’ultimo dai conti sul pallottoliere del Pd. Anche nei banchi della Presidenza del Senato c’è frenesia: si sfogliano le pagine del Regolamento per capire che cosa comporti la mancanza del numero legale per il destino del decreto Competitività. Ma a preoccupare maggiormente sono le possibile ricadute sul governo guidato dal segretario del Partito democratico Matteo Renzi. I grillini fanno notare che, per alzare il numero legale, viene fatto risultare presente ma non votante anche il presidente del Senato Pietro Grasso. Qualcuno in bouvette spiega che anche il senatore Gal Lucio Barani (unico esponente presente delle opposizioni, che infatti vota contro il decreto), sia stato «precettato». Il voto di ieri è un segnale per le prossima settimana quando si dovrà votare sulla riforma di Senato e Titolo V. Se la strategia delle opposizioni continuerà, il governo dovrà schierare tutti i suoi ministri, viceministri e sottosegretari che sono anche senatori per evitare di non avere il numero legale sulle riforme costituzionali e non far quindi slittare il termine perentorio - fissato dopo la «tagliola» - dell’8 agosto per discutere e approvare in prima lettura le riforme costituzionali. A proposito di riforme, durante la Cerimonia del Ventaglio, il presidente Grasso si sfoga. «A forza di essere tirate, le mie giacche hanno perso la forma originaria - dice ai giornalisti - Ma io sono e resto il garante di tutti». «A proposito dei tempi, dell’ostruzionismo e del contingentamento - aggiunge Grasso - lo spettacolo offerto dal duro scontro politico mi ha molto addolorato e indignato. Ho rivolto ripetuti appelli per convincere le parti ad aprire un tavolo di mediazione, soprattutto su quei punti che potrebbero essere oggetto di una riscrittura da parte dei relatori. Questo darebbe modo di poter trattare in maniera approfondita in Aula solo quegli emendamenti che affrontano i temi di interesse, lasciando cadere quelle migliaia di contorno. Lo stallo è evidente e, per usare le famose parole di don Milani, sortirne tutti insieme è politica».

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