Finora nessun organismo internazionale aveva visto una crescita così bassa per l’Italia. Lo ha fatto ieri il Fondo monetario internazionale, stimando che il nostro Paese non riuscirà ad andare oltre uno striminzito +0,3%. Un dato ancora più preoccupante se si considera che nello stesso report diffuso ieri, il Fmi rivede al rialzo quelle della Germania (+0,2% rispetto alle stime di aprile scorso, il totale annuo dovrebbe essere un +1,9%) e persino quelle della Spagna (+0,3% nel confronto con tre mesi fa, il pil annuo dovrebbe arrivare a +1,2%). In pratica, l’organismo di New York prevede che l’Europa si rimetterà in modo ma Francia e Italia rischiano di diventare due palle al piede. Ancora più inquietante è la differenza con quanto stimato dal governo nel Def dello scorso aprile: +0,8% quello pronosticato allora, oggi il Fmi immagina che cresceremo meno della metà. Mezzo punto di Pil in meno significa 7-8 miliardi da scovare. Matteo Renzi, in un’intervista in onda su La7 , ammette che sarà «molto difficile» arrivare alla stima dello 0,8% della crescita contenuta nel Def. Poi però aggiunge: «Che la crescita sia 0,4 o 0,8 o 1,5% non cambia niente per la vita quotidiana delle persone», aggiunge il premier. Prova insomma a non provocare nuove ansie e rinnovate preoccupazioni di un’Italia che ripiomba in quella crisi che sembrava ormai superata. Fa bene, il premier. Il rischio vero è di un terribile avvitamento del Paese, di una nuova ondata di pessimismo che rischia di provocare effetti ancora più pesanti. Qual è la situazione allora? L’Italia sembra essersi fermata. Per Confindustria e Banca d’Italia non dovrebbe crescere oltre lo 0,2%. La Commissione europea a maggio aveva previsto +0,5%. Il governo, ovviamente, sta già correndo ai ripari. Si è costituita una sorta di war room in cui si studiano stime e contromisure. Nel secondo trimestre, i dati verranno resi noti agli inizi di agosto, il dato del pil dovrebbe essere prossimo allo zero. Anche le prime proiezioni fatte dalle associazioni di categoria sui saldi cominciati all’inizio di luglio non sono confortati: l’Istat ha confermato anche la riduzione della fiducia in luglio. Quello che si prepara per dopo le vacanze sarà un duro lavoro. Secondo i primi calcoli fatti occorrono 16 miliardi per finanziare le politiche invariate, in pratica per ripetere nel 2015 ciò che si è già fatto quest’anno: gli 80 euro in busta paga, oltre all’allagamento agli incapienti già promesso più volte, cui aggiungere i fondi per la cassa integrazione in deroga, il fondo calamità, etc etc. Poi c’è la grande partita del rispetto dei trattati internazionali che tra debito e fiscal compact dovrebbe valere tra i 10 e i 12 miliardi. Una cifra che potrebbe ridursi visto che è oggetto di trattativa con la Ue: non a caso il governo parla tanto di flessibilità, allude a quello. In compenso, a proprio favore, Renzi può giocarsi il fatto che dovrebbe pagare minori interessi per i titoli di Stato visto il crollo dello spread ormai a 150-160: il ministero dell’Economia potrebbe trovarsi in tasca tra due o tre miliardi. Difficile invece che l’esecutivo possa utilizzare i 6 miliardi del 3% deficit/pil. Il governo infatti aveva previsto che quel rapporto si sarebbe fermato a quota 2,6%, lo 0,4% di margine per non sforare vale circa 6 miliardi. Renzi li avrebbe già voluti "prendere" per coprire gli 80 euro, rinviando la scelta a fine anno. Ma per l’autunno rischia di non trovare più nulla perché con la crescita così bassa è assai probabile che l’Italia abbia già sforato. Poi c’è il capitolo tagli. Il governo si è impagnato a farne per 17 miliardi per l’anno prossimo, ma è evidente che si tratta di un’asticella quasi invaliczabile. Carlo Cottarelli ha fatto un aggiornamento del proprio lavoro e i tagli (peraltro necessari e a tratti persino urgenti) che preventiva adesso sono da circa 9 miliardi. Non è stato però ancora calcolato il costo sociale. Purtroppo per Renzi e per gli italiani, il premier ieri è stato costretto a dare un’altra brutta notizia che si sarebbe risparmiato volentieri: «Entro il 21 settembre dovremmo riuscire a pagare tutti i debiti della pubblica amministrazione», ma la somma totale sarà «molto meno» dei 60 miliardi previsti; la cifra esatta, spiega, sarà calcolata entro 10 giorni. Nelle prime slide aveva parlato di 68 miliardi pagati a luglio, poi il termine è slittato a settembre, ora si apprende che anche l’erogato sarà minore. Quello che conta, secondo Renzi, è garantire agli imprenditori l’accesso ai fondi e sbloccare quei 43 miliardi di investimenti annunciati per le infrastrutture, «che non violano nessun vincolo europeo perchè sono già conteggiati».
L’Italia si è fermata. Ma a Renzi non importa
Il Fmi taglia le stime: Pil soltanto a +0.3%. Il premier: «Per la gente tanto non cambia nulla»
