Politica

Renzi perde le staffe: «Lavorate tutto agosto»

Riforme, è scontro sul voto segreto Napolitano: «Ostruzionismo indecoroso»

La fotografia della rabbia di Matteo Renzi è quel che accade in Aula a Palazzo Madama, dove prosegue l’iter per l’approvazione delle riforme costituzionali su nuovo Senato, Titolo V e abolizione del Cnel. L’esame del testo procede a rilento. Solo per illustrare gli emendamenti al primo articolo sono servite due giornate. Le richieste di voto segreto arrivate al presidente Pietro Grasso sono 920. «Un dato senza precedenti», commenta la seconda carica dello Stato, convocata al Quirinale dal preesidente Giorgio Napolitano. Normale in questo contesto prevedere tempi lunghissimi e arrivare a ipotizzare il via libera non prima di settembre. Normale che Renzi stia perdendo la pazienza. E non faccia nulla per celare il proprio disappunto nei confronti del Senato: l’iter del ddl Boschi dimostra, secondo il premier, la necessità delle riforme e dell’abolizione del bicameralismo perfetto. «Potranno rallentare, potranno far sì che si stia qui ad agosto, ma non è un male. Quest’anno ad agosto saranno in tanti a lavorare...», è il messaggio che il presidente del Consiglio recapita a coloro che definisce «frenatori». «Potranno essere in grado di rinviare di qualche tempo, potranno fare qualche scherzetto sul voto segreto, ma andremo alla Camera e lo sistemeremo. L’Italia sarà messa nelle condizioni di tornare a correre - assicura Renzi - Qui non molla nessuno. Abbiamo la forza di milioni di italiani che dicono "non mi sei simpatico ma ti voto". Paradossalmente sei l’unica speranza. Non ci sarà scherzetto od ostacolo che potrà fermarci. La riforma costituzionale è il pin per accendere il telefonino e iniziare a fare le chiamate - ribadisce il premier - Se non si fa, non si sarà mai credibili per la riforma del lavoro, o del fisco o della Pubblica amministrazione». Parlando in serata con i suoi fedelissimi a proposito di eventuali «concessioni» o «compromessi» sul testo del ddl, Renzi ricorda che il quadro delle riforme deve essere «unitario» e «condiviso», non deve snaturare l’impianto secondo il solito principio: quello che si tocca deve essere deciso insieme. I «frenatori» sono preoccupati perché «stiamo riuscendo davvero a fare le riforme - aggiunge il premier ai suoi collaboratori - Uno spot migliore non ce lo potevano fare». Renzi quindi va avanti. I lavori in Aula meno di quanto vorrebbe. Grillini e Sel alzano le barricate, Pd e FI restano in fibrillazione. Il ministro per le Riforme MAria Elena Boschi assicura di non essere preoccupata, ma spera «che l’ostruzionismo finisca». Sulle centinaia di richieste di voto segreto è però scontro. La palla passa prima alla giunta per il regolamento, poi a Grasso. A favore del voto palese sia il capogruppo Pd Luigi Zanda sia quello Ncd Maurizio Sacconi. Calderoli tuona: «La maggioranza ha chiesto di non fare voti segreti, stanno facendo del regolamento carne di porco. Ma leggendo i precedenti è evidente che il voto segreto c’è semre stato». Alla fine Grasso decide di ammettere la votazione segreta solo sugli emendamenti sulle funzioni delle Camere e sulla tutela delle minoranze linguistiche. Il MoVimento 5 Stelle intanto prosegue con l’ostruzionismo in tutte le forme previste dal regolamento: dichiarazione di voto su ogni articolo, richiesta di votazione per parti separate, verifica del numero legale, dichiarazioni in dissenso dal gruppo. A Felice Casson (dissidente Pd) che lamenta la decisione di Grasso di concedere solo un minuto di tempo ai senatori che parlano in dissenso dal proprio gruppo, il presidente del Senato replica: «Spetta al presidente l’armonizzazione dei tempi quando non c’è il contingentamento». Morale: solo per votare il primo emendamento - bocciato - che chiede l’abolizione delle circoscrizioni degli italiani all’estero serve più di un’ora. Zanda e Casini si lamentano dei tempi troppo lunghi e in Aula scoppia la bagarre: tutti contro tutti, dissidenti di FI, dissidenti Pd, grillini. Ed è solo l’inizio. Al Quirinale Grasso illustra a Napolitano l’andamento dei lavori a Palazzo Madama e le difficoltà rappresentate dall’ostruzionismo esasperato, tradottosi in un numero abnorme di emendamenti. Il Presidente della Repubblica - riferiscono fonti del Colle - insiste però sul grave danno che recherebbe al prestigio e alla credibilità dell’istituzione parlamentare il prodursi di una paralisi decisionale su un processo di riforme essenziale ai fini di una rinnovata funzionalità del sistema istituzionale.

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